In Iran dilagano le proteste, il regime minaccia: “I manifestanti rischiano la pena di morte”. Trum

I fuochi al centro delle strade, i canti e gli slogan di “morte a Khamenei” e “lunga vita allo Scià”. Nonostante il blackout di internet e un bilancio di decine di morti e migliaia di arresti, il popolo iraniano non si ferma. E torna in piazza per portare avanti una protesta giunta ormai al suo quattordicesimo giorno, che per numeri e portata non ha precedenti negli ultimi tre anni.

Il bilancio dei morti

«Almeno 192 persone» sono state uccise in due settimane di proteste contro il governo in Iran: lo sostiene l’organizzazione per i diritti umani Iran Human Rights. «Dall’inizio delle proteste, Iran Human Rights ha confermato l’uccisione di almeno 192 manifestanti» avvertendo che il bilancio potrebbe essere molto più alto poiché un blackout di Internet che dura da giorni ostacola le verifiche.

C’è anche un bambino di due mesi tra le vittime delle rivolte delle ultime due settimane in Iran. Lo ha confermato il governatore di Isfahan, Ali Ahmadi, a quanto riporta Press Tv.
Ahmadi ha riferito che nella sua provincia anche 30 agenti della sicurezza sono rimasti uccisi negli scontri; i funerali saranno lunedì. Tra i danni che si sono registrati, anche l’incendio di dieci moschee.
Nella vicina provincia di Fars, almeno 12 soldati sono morti secondo Ibrahim Bayani, direttore generale del dipartimento provinciale della “Fondazione dei martiri”. Il comandante delle unità speciali della polizia, il generale Masoud Modaqq, ha annunciato oggi che otto membri del personale del suo comando sono stati uccisi durante i disordini.

Si parla di “rivoluzione”

Qualche analista inizia a parlare di “rivoluzione” – parola dal forte peso politico e simbolico nella Repubblica islamica nata proprio da una rivoluzione negli anni Settanta – come a sottolineare che “stavolta è diverso”, rispetto alle scorse mobilitazioni. Tanto che il regime ha deciso di alzare la posta minacciando la forca per tutti i rivoltosi in quanto ‘nemici di Dio’, mentre la Guida Suprema dell’Iran Ali Khamenei ha posto i pasdaran in uno stato di allerta persino più elevato di quello adottato per la guerra dei 12 giorni con Israele, a giugno 2025.

I parlamentari iraniani gridano “Morte all’America” in Aula

Le registrazioni della seduta odierna del parlamento iraniano, citate da Sky News, mostrano i parlamentari che gridano «Morte all’America». I cori sono stati pronunciati al termine di un discorso del presidente dell’assemblea Mohammad Baqer Qalibaf, che ha minacciato ritorsioni contro gli Usa e Israele in caso di intervento degli Stati Uniti nel Paese. Il canto «Morte all’America», o Marg bar Amrika in persiano, fu reso popolare dal primo leader supremo dell’Iran, l’ayatollah Ruhollah Khomeini, il capofila della Rivoluzione islamica del 1979, che rovesciò il regime dell’ultimo scià iraniano, sostenuto dagli americani.

Trump contro la repressione, Teheran minaccia ritorsioni

Misure che se da una parte fanno crescere il timore di una ancora più brutale repressione del dissenso, dall’altra infiammano le tensioni con l’Occidente e in particolare con Washington, da dove il presidente degli Stati Uniti ha prima ribadito l’invito a “non iniziare a sparare” sui civili, “altrimenti, inizieremo a sparare anche noi”. Poi, in serata ha assicurato che gli Stati Uniti sono “pronti ad aiutare” i manifestanti che “lottano per la libertà”. A stretto giro arriva la risposta dell’Iran, che avverte che “qualsiasi attacco statunitense porterebbe Teheran a reagire contro Israele e le basi militari statunitensi” nella regione, definendole “obiettivi legittimi”: lo ha detto il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, rivolgendosi ai deputati.

Massima allerta in Israele

Israele è dunque in stato di massima allerta per la possibilità di un intervento degli Stati Uniti in Iran. Le fonti, presenti alle consultazioni sulla sicurezza israeliana nel fine settimana, non hanno fornito dettagli su cosa significhi concretamente la condizione di massima allerta di Israele. Ieri, il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il segretario di Stato americano Marco Rubio hanno discusso della possibilità di un intervento statunitense in Iran, secondo una fonte israeliana presente alla conversazione.

Intervenendo all’inizio della riunione di gabinetto, il premier israeliano Netanyahu ha affermato che Israele e Iran torneranno a essere partner dopo la caduta del regime di Teheran. «Stiamo trasmettendo forza agli eroici e coraggiosi cittadini dell’Iran e, una volta caduto il regime, faremo del bene insieme a beneficio di entrambi i popoli», ha detto citato dal Times of Israel. «Tutti speriamo che la nazione persiana venga presto liberata dal giogo della tirannia», ha continuato Netanyahu. «E quando quel giorno arriverà, Israele e Iran torneranno a essere partner fedeli nella costruzione di un futuro di prosperità e pace».

Un eventuale attacco Usa

Secondo fonti del Wall Street Journal, funzionari dell’amministrazione Usa hanno avuto discussioni “preliminari” su un eventuale attacco contro l’Iran, qualora fosse necessario dare seguito alle minacce del presidente, e sarebbero già stati individuati i possibili obiettivi. Una delle opzioni sarebbe un attacco aereo su larga scala contro diversi obiettivi militari iraniani, ma secondo le fonti non c’è ancora un consenso sulla linea d’azione e non sono stati ancora mobilitati né equipaggiamenti militari né personale.

L’Occidente sostiene il coraggioso popolo iraniano

L’America “sostiene il coraggioso popolo iraniano”, ha fatto eco a Trump il segretario di Stato Usa Marco Rubio, mentre anche l’Ue ha chiesto di fermare la repressione e la presidente dell’Eurocamera, Roberta Metsola, ha proposto di sanzionare il Corpo delle guardie della rivoluzione.

Blackout di Internet

Ma intanto, dalla Repubblica islamica trapelano, seppure a fatica, le notizie sulle proteste e la repressione in tutto il Paese, da Tabriz a Teheran fino a Shiraz. Il blackout delle comunicazioni internet ormai va avanti da 48 ore. A raggiungere i cittadini sono solo gli sms della polizia che li invitano a non unirsi alle proteste o dare supporto ai dimostranti. Una censura e una propaganda che va di pari passo alle violenze che accompagnano le manifestazioni e la conseguente repressione delle autorità: secondo l’ong Human Rights Activists News Agency, l’ultima notte di proteste avrebbe portato ad almeno 65 il numero delle vittime delle proteste – tra cui 49 civili – mentre gli arresti sarebbero oltre 2.300.

Ospedali al collasso

Un medico e un assistente sociale di due ospedali in Iran si sono messi in contatto con la Bbc denunciando che le loro strutture sono ormai “sopraffatte” dai feriti. Le testimonianze parlano di caos nella capitale, con atti di violenza sia da parte dei manifestanti sia della polizia. Ad infiammare ulteriormente la crisi anche le notizie, non confermate, dell’arrivo di miliziani iracheni in Iran con lo scopo di sommarsi alle forze dell’ordine.

Rovesciare la Repubblica Islamica

Indiscrezioni che – stando a quanto riferito – hanno portato a un aumento delle aggressioni nei confronti della popolazione irachena. La tensione è alle stelle, e sembra non voler accennare a diminuire: si attendono infatti ulteriori mobilitazioni, spinte anche dagli appelli di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Scià di Persia, a sfruttare il momento per rovesciare il regime degli ayatollah. “Sono certo che, rendendo la nostra presenza in piazza più concentrata e interrompendo i canali finanziari, rovesceremo la Repubblica Islamica”, ha affermato, prima di “invitare i lavoratori e gli impiegati dei settori chiave dell’economia ad avviare uno sciopero nazionale”. E a “scendere in piazza” oggi e domani “con bandiere, immagini e simboli nazionali e occupare gli spazi pubblici”. In risposta, le autorità iraniane continuano ad accusare i manifestanti di portare avanti “una guerra orchestrata dall’estero”, puntando il dito su Stati Uniti e Israele. E mentre l’agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim ha annunciato per lunedì pomeriggio una grande contro-manifestazione a Teheran per “condannare le azioni dei rivoltosi”, il procuratore generale del Paese, Mohammad Movahedi Azad, ha ribadito la minaccia secondo cui tutti i rivoltosi rischiano la forca in quanto accusati di essere “mohareb”, vale a dire “nemici di Dio”.

I prossimi saranno giorni cruciali

Di fronte a questo quadro, fonti di intelligence e diplomatiche dei Paesi dell’area sono concordi nell’indicare che i prossimi giorni saranno cruciali. Se infatti la risposta delle autorità è stata finora giudicata dura ma più “disciplinata” rispetto al passato, il protrarsi delle manifestazioni e il vandalismo rischiano di spingere il regime a cambiare passo. Dando il via a una vera e propria stagione di repressione della popolazione nel sangue.

Media iraniani, “arrestati 200 capibanda delle proteste”

I media hanno riferito che almeno 200 “capibanda delle rivolte” sono stati arrestati. Nei loro rifugi è stato inoltre scoperto un “considerevole arsenale di armi”. Lo riporta il network iraniano Press Tv citando ‘agenzia di stampa semi-ufficiale Tasnim secondo cui gli arrestati avevano legami con gruppi terroristici.

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