“Un colpo al cuore, uno alla testa”. Così è stato ucciso il 17enne Amir, simbolo dell

Felpa larga, mani in tasca, un sorriso spontaneo che spunta sotto i capelli arruffati. Amir Ali Haydari, 17 anni, appare così in una foto scattata prima che le forze di sicurezza degli Ayatollah gli sparassero al cuore, accanendosi con il calcio della pistola sul suo corpo inerme con un secondo colpo alla testa.

Quando è stato ucciso, l’8 gennaio, si trovava in piazza a Kermanshah, nell’ovest dell’Iran, fianco a fianco con i suoi compagni di classe, una generazione unita per protestare contro il governo liberticida della Guida suprema Ali Khamenei.

La versione ufficiale e il racconto dei familiari

L’istantanea, che diventa un simbolo della durissima repressione, la consegna alla britannica Sky News suo cugino Diako, che vive a Cardiff.

«È stato colpito al cuore, e mentre esalava l’ultimo respiro lo hanno colpito alla testa con il calcio di una pistola, così tante volte che il suo cervello si è sparso a terra», ha raccontato riferendo le notizie arrivate dai familiari in Iran.

Il certificato di morte riporta ovviamente una storia diversa: il 17enne sarebbe caduto da una grande altezza, sbattendo forte la testa. Una ricostruzione adottata dagli Ayatollah per centinaia di persone, forse addirittura migliaia, tutti ovviamente terroristi manovrati da agenti stranieri.

I video nascosti e le testimonianze da Kermanshah

I video degli ultimi giorni, fatti uscire dal Paese nonostante il blocco di internet, mostrano corpi chiusi in sacchi neri, accatastati per strada o dentro gli ospedali.

Le testimonianze si moltiplicano. Quell’8 gennaio a Kermanshah erano in tanti insieme ad Amir Ali. Sky News sottolinea che in un filmato girato quel giorno si vedono poliziotti in borghese intimidire i manifestanti e sparare contro di loro per le strade.

Secondo i familiari di Amir molti amici dell’adolescente sono rimasti coinvolti nelle violenze: «Due sono in coma , molti altri sono stati uccisi. Proprio come lui. Li hanno fucilati», riferisce il cugino, aggiungendo che «quando la famiglia ha ritirato il corpo, lo zio di Amir ha parlato di circa 500 cadaveri in ospedale. Ha dovuto identificarlo tra tutti gli altri».

Altre vittime delle proteste e corpi umiliati

Una tortura toccata anche ai parenti di Rubina Aminian, la 23enne studentessa di design tessile e di moda allo Shariati College di Teheran, uccisa alle spalle, con uno sparo alla testa, come se fosse un’esecuzione.

I familiari di Rubina, anch’essi provenienti da Kermanshah, sono dovuti andare nella capitale per cercare il corpo della figlia, beffardamente accatastato vicino all’università insieme ad altri centinaia, come hanno raccontato dall’ong Iran Human Rights.

Donne e giovani in prima linea contro il regime

Giovani, spesso giovanissimi. Uccisi a sangue freddo, i loro corpi umiliati, i loro sogni spezzati. Quasi sempre in prima fila ci sono le donne, specialmente nella capitale, dove il movimento femminista è forte e guida le proteste. Scendono in piazza per rivendicare il loro diritto alla libertà, a un futuro migliore. E per questo sono il bersaglio preferito delle forze di sicurezza degli Ayatollah.

I nomi, le storie e lo “spoon river” delle ong

Erfan Faraji, Yasin Mirzaei, Rubina Aminian.

Lo spoon river di ong come Hengaw Organization for Human Rights è spaventoso. Un video mostra Rebin Moradi, ragazzo curdo di 17 anni, mentre da piccolo si allena su un campo da calcio, da solo, facendo finte sul pallone.

Era un giovane calciatore del Saipa Club e giocava nella Lega giovanile di Teheran. Gli hanno sparato a bruciapelo nelle proteste della capitale. La sua famiglia ha ricevuto la conferma della sua morte soltanto lunedì, dopo quattro giorni senza informazioni.

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