Gigliola Cinquetti, 62 anni dalla canzone che l’ha lanciata “Non ho l’età”, come sta? Bene. Ormai la distanza da quel periodo è diventata siderale, sono cambiate molte cose. Adesso, ad essere sincera, sono diventa anch’io una fan di quel brano.
Perché prima non lo era?
Diciamo che all’inizio non capivo che cosa diavolo ci trovassero in quelle strofe.
Ora, invece?
Penso rappresenti una donna del futuro, che pensa e sogna un rapporto alla pari con un uomo che non deve insegnarle niente.
Un messaggio che negli Anni Sessanta era improponibile?
Diciamo che in quella canzone c’era “in nuce” la donna del futuro. Perché di fatto è una ragazza che chiede tempo. Anzi, che chiede e che rifiuta. Dice no con molta determinazione, garbo e gentilezza. E rimane irremovibile.
Il successo per lei arriva velocemente: Sanremo, l’Eurovision Song Contest con milioni e milioni di dischi venduti in tutto il mondo, non era troppo a 16 anni?
Beh, fu sicuramente difficile. Per certi versi traumatico. Però fu anche un’opportunità straordinaria. Da giovani si hanno grandi risorse emotive. Ci sono forza ed incoscienza che ti permettono di andare avanti anche nello sberleffo, nell’ironia. Non prendevo niente e nessuno sul serio. Da buona veneta e, soprattutto, da veronese.
I suoi genitori?
Mio padre viveva tutto con naturalezza perché, a suo dire, l’aveva sempre previsto. Mia madre, invece, che non aveva presagito nulla, diciamo che si adattò con una forza straordinaria. Lei abituata a starsene a letto fino a tardi, a giocare le sue partite a poker fino a notte inoltrata, non le interessava né fare la parte della madre devota né l’angelo del focolare. Viveva in un mondo tutto suo fatto di cinema, romanzi. Improvvisamente per me si è trasformata in una sorta di compagna di viaggio alla Thelma & Louise. Con lei ho avuto avventure pazzesche in giro per il mondo. Anche se a volte era difficile dividere i ruoli.
A lei questo successo stava stretto?
Il successo è una cosa abnorme. Allora, non potevo uscire di casa. Si creavano assembramenti, ingorghi, isteria. Tutti mi correvano dietro solo perché ero un fenomeno. “Da baraccone” come sottolineava mia sorella. Spesso mi faceva notare con quali facce mi guardavano per strada come se avessero visto un mostro: restavano con la bocca aperta , gli occhi strabuzzati. A Sanremo, la mattina dopo la prima esibizione, una ragazzina mi vide ed iniziò a strillare come un’ossessa, me la trovai appesa al collo, assieme a sua madre che mi scuoteva come fanno i bambini con i giocattoli. Tutti volevamo toccarmi, stringermi. Capii allora che qualcosa era cambiato nella mia vita. Se c’è un momento in cui ho dubitato del mio talento è stato all’apice del successo, perchè proprio quest’ultimo disturba la tua consapevolezza.
A Londra i Rolling Stones le chiesero una foto, ma lei non sapeva nemmeno chi fossero?
Era il 1964. All’interno della casa discografica Decca, si avvicinarono questi ragazzi chiedendo se potevano scattare una foto con me. Dico di sì, ma solo perché la star ero io, anzi pensai ma che razza di cafoni che volevano fare i trasgressivi a mie spese e me ne andai. La stessa sera si intrufolarono anche in una festa che era stata organizzata per me, pensavo solo che cercassero visibilità. Capii chi erano solo molto tempo dopo, guardando la celebre immagine di Mick Jagger che fa la linguaccia. E infatti di quella sera c’è una foto che nella didascalia recita “Cinquetti meet The Stones”. Invece i Beatles li incrociavo sempre, il loro tour precedeva sempre il mio. E una volta intervistai a Londra Paul McCartney.
Come riuscì a gestire tutta questa fama?
Con mia sorella, aveva un atteggiamento ironico, scherzoso, dissacrante. Poi c’era la scuola a Verona anche se ero un po’ antipaticuccia ai miei compagni, lì c’era un’aria normale. E a volte erano loro a proteggermi.
Adesso?
Diciamo che mi sono avvicinata al pubblico, il rapporto è più autentico. Se qualcuno si avvicina è più rispettoso, affettuoso con le parole, più discreto. L’approccio è piacevole, rilassato. Adesso sono io ad essere riconoscente se una persona mi saluta, mi sorride, fa un commento. Sono momenti magici. Ed è quello che cerco negli spettacoli dal vivo a teatro.
Ha cantato al teatro Remondini di Bassano, il 3 febbraio sarà al teatro Camploy di Verona le piace quello che sta facendo?
Sì, perché finalmente mi esibisco senza dover dimostrare nulla, senza dover pensare “oddio adesso che cosa accade”. Senza paura, senza per forza dover alzare l’asticella, senza giudizi da affrontare. Ora c’è soltanto il piacere, la gioia di cantare per me stessa. Accanto a me non vedo più l’euforia di un tempo, ora guardo persone in silenzio che si concentrano ascoltando la mia voce. E questa è una bellissima sensazione. Una sorta di magia che si ripete. Poi, nel concerto ci sono anche canzoni di Roberto Vecchioni, Lucio Battisti, Enrico Ruggeri, Charles Aznavour, per citarne solo alcuni.
Ha mai avuto soggezione di qualche sua coetanea?
Soggezione mai, non ho mai avuto il mito dell’arte. Credo appartenga all’essere umano e che sia un’espressione assolutamente naturale e quindi la considero scontata. Poi, certo, ci sono state artiste che mi hanno ispirata su tutte Francoise Hardy, Maria Callas, Brigitte Bardot. L’attrice Ingrid Bergman e mi riferisco alla sua aura, alla sua luminosità. Ho sempre guardato ai dettagli.
Cantanti italiane?
Ho ammirato tantissimo Gianna Nannini che a mio avviso è la più grande autrice di canzoni autenticamente popolari.
E quando ha iniziato?
Mina era un fuoriclasse che ho sempre considerato tale, una persona a parte. E ancora Ornella Vanoni, Patty Pravo, Loredana Bertè, ma non erano persone con le quali mi confrontavo, da loro assorbivo sensazioni particolari, mi emozionavano, però su piani differenti. Non c’è mai stata invidia, ognuno faceva il suo, avevamo caratteristiche differenti.
Come sta a rimpianti?
E chi lo sa! Mi verrebbe da dire di no, anche se ho mancato molte occasioni. Comunque preferisco pensare a quelle che ho colto, sufficienti per soddisfarmi. E poi, se potessi tornare indietro, magari farei esattamente il contrario “per vedere di nascosto l’effetto che fa” come cantava Enzo Jannacci.
Però, a rinunciato al cinema ad Hollywood?
Se è per questo ho rinunciato anche vivere a Parigi e tante altre cose, ma ho scritto libri, ho recitato in Italia, ho fatto la presentatrice. Insomma, non mi posso lamentare. Se c’è una cosa che vorrei fare ora è la doppiatrice. Dare la voce ad attrici internazionali, ma si tratta di una fantasia.
A Verona ci torna?
Da quando è morta mia sorella Rosabianca nel marzo dello scorso anno, no. Lei che era un pittrice mi accompagna con il suo tocco, i colori, la varietà delle sue opere.
Torniamo a quel Sanremo: il pubblico era diviso tra lei e Bobby Solo, anche se poi non poté esibirsi a causa di una raucedine.
Non pensavo di vincere. Volevo solamente cavarmela, ricordarmi le parole, non fare brutta figura e poi sentivo addosso tutta la responsabilità della casa discografica.
Quante lingue parla?
Il dialetto veronese benissimo, l’italiano, l’inglese.
Ma come ha inciso in moltissime lingue?
Francese, spagnolo, tedesco, giapponese, greco, fiammingo, islandese solo per citarne alcune. Mi mettevo sempre di buzzo buono, studiavo con una persona di lingua madre finché non imparavo bene la pronuncia e poi incidevo.
I momenti che ricorda più volentieri?
Quelli da semplice spettatrice ai concerti di Jacques Brel oppure Georges Brassen a Parigi, entrambi con un magnetismo straordinario. Indimenticabile.
Si piace come persona?
Direi di sì, sto al mondo volentieri.
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