«Una manciata di sale gettata su una ferita insanabile». Così Francesco Miotto, papà dell’alpino thienese Matteo Miotto, caduto il 31 dicembre 2010, a 24 anni, mentre si trovava in missione in Afghanistan, ha commentato le parole pronunciate nei giorni scorsi da Donald Trump. Il presidente Usa, nel corso di un suo intervento, ha sostenuto come i contingenti degli altri Paesi della Nato impegnati nel territorio afghano si fossero tenuti «un pochino a distanza dal fronte» di guerra vero e proprio. Parole che hanno suscitato reazioni indignate da parte di diversi governi delle nazioni che fanno parte dell’alleanza atlantica, tra cui anche dell’Italia, e che hanno colpito anche un padre che in quella terra ha perso un figlio, 15 anni fa.
Le parole del padre di Matteo Miotto
“È impossibile per un padre metabolizzare fino in fondo quanto affermato ieri da chi dovrebbe essere amico, oltre che alleato – recita un post pubblicato sul proprio profilo Facebook da Miotto all’indomani delle dichiarazioni di Trump -. Perplesso, disorientato. La sensazione è di una manciata di sale gettata su una ferita insanabile, che sanguina da 15 anni. Quanto si dovrà scendere ancora per toccare il fondo?”. Il testo accompagna un post condiviso da Miotto nel quale sono riportati i nomi dei caduti italiani in Afghanistan. «All’inizio – racconta il genitore dopo qualche giorno – dopo aver sentito quelle parole, sono rimasto disorientato, perplesso e amareggiato. Matteo è morto in un avamposto, basterebbe la parola stessa per confutare quelle dichiarazioni: si tratta di un posto avanzato, ad alto rischio».
L’avamposto chiuso perché ritenuto troppo rischioso
Il primo caporalmaggiore del settimo reggimento alpini della brigata alpina Julia Matteo Miotto perse la vita colpito da un cecchino durante uno scontro a fuoco con i talebani nell’avamposto che si trovava nel Gulistan, nel territorio afghano. Un lembo di terra poco più grande di un campo da calcio a 5, presidiato da 25 alpini. Oggi quel sito non esiste più, è stato chiuso: troppo rischioso continuare ad operare in quel punto così avanzato verso i talebani. Francesco Miotto sottolinea questo aspetto, a suffragare come Matteo e gli altri militari si trovassero in una posizione avanzata, quando la tragedia calò su suo figlio e sulla sua famiglia. «Prima ancora che mio figlio morisse, il comandante supremo delle truppe Nato in Afghanistan, il generale David Petraeus, e il generale Marcello Bellacicco stavano pensando di chiudere quell’avamposto, in quanto ritenuto troppo rischioso – racconta il genitore dell’alpino caduto -. Dopo la morte di Matteo, il sito fu chiuso nel giro di 4-5 mesi e poi abbandonato. Tutto ciò per rispondere a chi ha fatto affermazioni in libertà. In ogni caso, non do peso a quanto è stato detto: io so dove è stato mio figlio e so dove si trovava».
La riflessione sulla missione: «Davvero ne è valsa la pena?»
Le parole del presidente americano riportano anche ad una riflessione sul significato e sulla conclusione di quella missione. «Io so, come padre, che mio figlio, se tornasse indietro, rifarebbe tutto quello che ha fatto – conclude Francesco Miotto -. Io, però, come scrivo ogni anno alla fine dei miei post su Facebook in occasione dell’anniversario della morte di Matteo, mi chiedo: davvero ne è valsa la pena?».
Anche quest’anno, a Thiene, nell’anniversario della scomparsa del giovane alpino thienese, al santuario della Madonna dell’Olmo e nel vicino cimitero si è tenuta la cerimonia in sua memoria. Alla celebrazione hanno partecipato alti rappresentanti dell’esercito e tante penne nere dell’Ana, con le autorità civili, religiose e militari. Un momento di commozione e ricordo collettivi, che torna ogni anno a celebrare il sacrificio di Matteo Miotto e che coinvolge l’intera comunità.
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