Civita Di Russo: «Ho scelto di non difendere chi aveva ospitato e poi assistito all’omicidio di Giuseppe Di Matteo»
L’avvocato penalista Civita Di Russo, che per anni ha assistito collaboratori di giustizia, svela nuovi dettagli sull’omicidio del dodicenne nel suo libro “Indomita. La mia battaglia contro le mafie”, con la prefazione di Don Antonio Coluccia

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«C’è stato un momento in cui ho voluto dire “no”». Civita Di Russo, oggi vicecapo di Gabinetto con funzioni vicarie del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca, svela che ha scelto di non difendere chi si era reso complice dell’omicidio di Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino. Questo è solo uno degli aneddoti che l’avvocato penalista, che per anni ha difeso collaboratori di giustizia (ed è stata tra le prime donne a farlo), ha raccontato nel suo libro “Indomita. La mia battaglia contro le mafie”, con prefazione di Don Antonio Coluccia.
Quanto è stato difficile difendere i collaboratori di giustizia?
«L’impatto è stato particolare. La prima volta che ho avuto a che fare con un collaboratore di giustizia, perché me lo presentò un pubblico ministero, questa persona rimase sconvolta. Era un siciliano di Caltanissetta, stiamo parlando di circa 30 anni fa. Disse al Magistrato: “Ma chista femmina è?”. Cioè era chiaro che secondo lui, essendo donna, non fossi all’altezza di assisterlo».
Come è riuscita a convincerlo?
«Chiesi al pubblico ministero di essere lasciata da sola con lui e spiegai al pentito che non potevo essere eliminata dalla sua idea di avvocato solo perché ero donna. Gli dissi quello che avevo fatto e quello che per me aveva significato, alla fine di questo incontro-scontro lui decise di darmi una possibilità. Oggi, dopo 30 anni, ancora lo assisto e lui ha pagato il suo debito con la giustizia».
Da donna è stato difficile assistere i pentiti?
«All’inizio era così, però poi si è capito che essere donna in questo lavoro aveva anche dei vantaggi. Perché abbiamo una sensibilità diversa, siamo pragmatiche. Peraltro, assistere un collaboratore di giustizia non significa solo difenderlo processualmente, ma anche aiutarlo nel percorso di vita: quindi il passaggio a una località protetta, dove poi si comincia tutto da capo con le scuole, il medico e così via. Con la sensibilità femminile si riesce a dare un sostegno anche diverso, maggiore, a questo tipo di situazioni».
Lei è stata una delle prime donne ad assistere i collaboratori di giustizia.
«Quando ho iniziato, specialmente nel penale, eravamo poche. Oggi siamo tantissime, anche se è una professione, quella dell’avvocatura, difficile per una donna, perché è un impegno totalizzante. Ho visto tante colleghe in udienza con il pancione fino agli ultimi mesi di gravidanza.
Come capire se i pentiti stanno dicendo la verità oppure vogliono confessare solo per ottenere dei benefici?
«Non è così semplice ottenere i benefici. Per le dichiarazioni ci devono essere dei riscontri oggettivi e soggettivi. Non è che si prende per oro colato ciò che viene raccontato. Il collaboratore deve fare delle dichiarazioni auto ed etero accusatorie, quindi deve accusare prima se stesso e poi gli altri. Quelle dichiarazioni devono essere genuine, il pentito le deve conoscere personalmente e non solo averne sentito parlare. I collaboratori di giustizia durante le indagini, vengono ascoltati da un Pubblico Ministero, che attraverso le loro dichiarazioni esegue le indagini. Successivamente però è un Giudice, in aula, che ne vaglia l’attendibilità ».
Leièstata21annisotto scorta.
«La limitazione della libertà a volte ti fa mancare il respiro. Però sai che è necessaria per svolgere questa attività. Nella vita, poi, ci si abitua un po’ a tutto e quindi mi sono abituata. Queste persone che mi tutelavano, che erano dei giovani poliziotti, alla fine sono diventati parte della mia vita, della mia famiglia. Anche mia figlia è stata coinvolta, ad esempio l’ho sempre accompagnata a scuola con loro ».
Sièsentitaminacciatadallacriminalità?
«La presenza della scorta mi ha fatto sentire sollevata. Perché entravo in queste aule bunker piene di familiari degli imputati (dei criminali) che chiaramente non ti vedevano proprio di buon occhio visto che tu assistevi e difendevi coloro che accusavano i loro congiunti. Non era un momento sereno, quindi meno male che ho potuto beneficiare di questo servizio, perché era necessario».
Sièmairifiutatadiassistere qualcuno?
«C’è stato un momento in cui ho voluto dire “no”. Si raccontava della morte di un ragazzo, Giuseppe Di Matteo, figlio di un collaboratore di giustizia, Santino Di Matteo, che era stato prelevato a Palermo perché il padre aveva cominciato a collaborare con la giustizia e quindi loro avevano rapito il figlio per indurre il padre a non fare dichiarazioni e a ritrattare. Quando videro che il padre non ritrattava, lo uccisero e poi lo sciolsero nell’acido. Ecco, c’è stata una persona che ha raccontato questa storia, un collaboratore, dicendo che era stato lui ad ospitare questo bambino nella sua casa, perché lui aveva altri figli, e aveva assistito a questo omicidio (che aveva compiuto Brusca). Quando il pubblico ministero mi chiese se volessi fare delle domande, se volevo aggiungere qualcosa a quell’interrogatorio io mi innalzai e gli dissi che non avrei fatto nessuna domanda perché non avrei mai difeso quella persona».
Comeèriuscitaadifenderechihauccisoocompiutodelitti?
«Tutti hanno diritto a una difesa, un diritto costituzionalmente garantito dalla nostra Costituzione all’articolo 24. Base della nostra democrazia, perché può succedere a tutti di compiere un crimine, anche alle persone normali».
Adesempio?
«L’omicidio stradale. Una persona esce da casa, guida la macchina e investe un pedone che muore. C’è un reato molto grave, con una pena prevista fino a 18 anni di reclusione. E allora? Non facciamo esercitare il diritto di difesa a quella persona? Certo: si deve poter celebrare un processo giusto, ed applicare regole condivise. Solo così uno Stato può essere definito di diritto, come è la nostra democrazia».
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