Papa Leone teme la guerra nucleare: «No al riarmo, blasfemo uso della fede per giustificare azioni militari»

Papa Leone teme la guerra nucleare: «No al riarmo, blasfemo uso della fede per giustificare azioni militari»

Il primo messaggio per la Pace del pontefice

Papa Leone XIV teme la guerra nucleare: condanna alle armi e la «blasfemia» della fede per giustificare azioni militari
di Franca Giansoldati
5 Minuti di Lettura
giovedì 18 dicembre 2025, 11:40 – Ultimo aggiornamento: 14:00

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È un quadro fosco e pieno di zone oscure, segnato dalla corsa al riarmo in cui ormai prevale la regola del più forte, quello denunciato da Papa Leone nel suo primo Messaggio per la Pace. Condanna subito l’uso che viene fatto della fede e della religione per legittimare guerre e azioni armate. «E’ blasfemia» taglia corto. Già il fatto che per prima cosa Prevost abbia voluto citare nel suo testo la Pacem in Terris, la famosa enciclica di San Giovanni XXIII, scritta quando il mondo era sull’orlo della guerra atomica, fa capire quanto consideri quel periodo simile a quello attuale.

Il messaggio

Sullo sfondo dell’analisi geopolitica del Papa si muovono naturalmente gli ultimi eventi  segnati dalle guerre in Ucraina e Russia, dal conflitto di Gaza, il peso dell’Iran, la minaccia di un conflitto americano in Venezuela, le violazioni in Myanmar, in Sudan, in Congo: l’elenco potrebbe continuare ancora. Il Messaggio come è tradizione è destinato a tutte le cancellerie e descrive l’ impresa ardua di chi vuole portare avanti un percorso diplomatico, di mediazione, rispettando il diritto internazionale a causa «purtroppo di sempre più frequenti violazioni di accordi faticosamente raggiunti, in un contesto che richiederebbe non la delegittimazione, ma piuttosto il rafforzamento delle istituzioni sovranazionali. Oggi, la giustizia e la dignità umana sono più che mai esposte agli squilibri di potere tra i più forti. Come abitare un tempo di destabilizzazione e di conflitti liberandosi dal male?» si chiede Papa Leone che ancora una volta alza la voce per mettere in guardia dai continui incrementi alle spese militari «con scelte presentate da molti governanti con la giustificazione della pericolosità altrui.

Infatti, la forza dissuasiva della potenza, e, in particolare, la deterrenza nucleare, incarnano l’irrazionalità di un rapporto tra popoli basato non sul diritto, sulla giustizia e sulla fiducia, ma sulla paura e sul dominio della forza» .

Già San Giovanni XXIII, durante la guerra fredda, annotava che gli esseri umani «vivono sotto l’incubo di un uragano che potrebbe scatenarsi ad ogni istante con una travolgenza inimmaginabile. Giacché le armi ci sono; e se è difficile persuadersi che vi siano persone capaci di assumersi la responsabilità delle distruzioni e dei dolori che una guerra causerebbe, non è escluso che un fatto imprevedibile ed incontrollabile possa far scoccare la scintilla che metta in moto l’apparato bellico».

Il quadro geopolitico odierno è magmatico, incrinato da diversi centri di potere – Usa, Russia, Cina – e affiora un particolare inquietante. Il Papa scrive che ormai «sembrano mancare le idee giuste, le frasi soppesate, la capacità di dire che la pace è vicina. Se la pace non è una realtà sperimentata e da custodire e da coltivare, l’aggressività si diffonde nella vita domestica e in quella pubblica. Nel rapporto fra cittadini e governanti si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze. Molto al di là del principio di legittima difesa, sul piano politico tale logica contrappositiva è il dato più attuale in una destabilizzazione planetaria che va assumendo ogni giorno maggiore drammaticità e imprevedibilità».

A questo si aggiunge che tanti leader per giustificare la corsa agli armamenti arrivano persino a ricorrere all’uso della religione, trascinando «le parole della fede nel combattimento politico, o benedire il nazionalismo e giustificare religiosamente la violenza e la lotta armata. I credenti devono smentire attivamente, anzitutto con la vita, queste forme di blasfemia che oscurano il Nome Santo di Dio. Perciò, insieme all’azione, è più che mai necessario coltivare la preghiera, la spiritualità, il dialogo ecumenico e interreligioso come vie di pace e linguaggi dell’incontro fra tradizioni e culture». 

I dati sul riarmo sono sconfortanti:  nel corso del 2024 le spese militari a livello mondiale sono aumentate del 9,4% rispetto all’anno precedente, confermando la tendenza ininterrotta da dieci anni e raggiungendo la cifra di 2.718 miliardi di dollari, ovvero il 2,5% del PIL mondiale. «Per di più, oggi alle nuove sfide pare si voglia rispondere, oltre che con l’enorme sforzo economico per il riarmo, con un riallineamento delle politiche educative: invece di una cultura della memoria, che custodisca le consapevolezze maturate nel Novecento e non ne dimentichi i milioni di vittime, si promuovono campagne di comunicazione e programmi educativi, in scuole e università, così come nei media, che diffondono la percezione di minacce e trasmettono una nozione meramente armata di difesa e di sicurezza» annota ancora il pontefice

Infine Prevost rammenta un altro passaggio chiave della Pacem in terris: «Occorre riconoscere che l’arresto agli armamenti a scopi bellici, la loro effettiva riduzione, e, a maggior ragione, la loro eliminazione sono impossibili o quasi, se nello stesso tempo non si procedesse ad un disarmo integrale; se cioè non si smontano anche gli spiriti, adoprandosi sinceramente a dissolvere, in essi, la psicosi bellica: il che comporta, a sua volta, che al criterio della pace che si regge sull’equilibrio degli armamenti, si sostituisca il principio che la vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia. Noi riteniamo che si tratti di un obiettivo che può essere conseguito. Giacché esso è reclamato dalla retta ragione, è desideratissimo, ed è della più alta utilità».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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2026-01-03 20:54:59

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