Open Arms, assoluzione definitiva per Salvini: «Difendere i confini non è reato». Meloni fa scattare l’applauso in Senato

Open Arms, assoluzione definitiva per Salvini: «Difendere i confini non è reato». Meloni fa scattare l’applauso in Senato

La premier: «Solidarietà a Matteo». I fatti relativi al mancato sbarco del 2019

Open Arms, assoluzione definitiva per Salvini: «Difendere i confini non è reato». Meloni fa scattare l’applauso in Senato
di Valentina Errante
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mercoledì 17 dicembre 2025, 21:41 – Ultimo aggiornamento: 18 dicembre, 11:39
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L’assoluzione è definitiva: nell’agosto del 2019 l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini non si è reso responsabile dei reati di sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio non consentendo, 19 giorni, lo sbarco dei 147 migranti a Bordo della Open Arms.

È stata la quinta sezione della Cassazione a ribadire che il fatto non sussiste. A rivolgersi ai giudici di piazza Cavour, per saltum, impugnando la sentenza dello scorso anno del Tribunale di Palermo, era stata la stessa procura guidata da Maurizio De Lucia, dopo l’assoluzione in primo grado. Il vicepremier ha commentato immediatamente su X: «Cinque anni di processo: difendere i confini non è reato» e ha pubblicato una sua foto con scritto “assolto”.

LE REAZIONI

E in Senato, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha fatto partire un applauso, aprendo il suo intervento in sede di replica dopo la discussione generale sulle sue comunicazioni in vista del Consiglio Ue. «Un applauso per l’assoluzione del vicepremier Matteo Salvini dall’accusa infondata di sequestro di persona e dalla definitiva affermazione del principio che un ministro dell’Interno che difende i confini italiani sta facendo il suo lavoro e niente di più. Esprimiamo la nostra solidarietà e gioia al vicepremier». La solidarietà è corale in tutto il centrodestra. Per l’avvocato del ministro, la senatrice Giulia Bongiorno, «si tratta di un processo che non doveva nemmeno iniziare: era totalmente fuori dal mondo il ricorso della procura, ma ciò che ci interessa è la correttezza dell’operato di Salvini». Soddisfazione è stata espressa da tutti i vertici del governo. «Ha agito nell’interesse dell’Italia, giustizia è fatta», dice il vicepremier Antonio Tajani e il ministro dell’interno Matteo Piantedosi aggiunge: «La Cassazione ha messo la parola fine a una pagina lunga e dolorosa». Esulta anche il premier ungherese Orban. Dal canto suo il fondatore della ong spagnola, Oscar Camps, afferma che siamo in presenza di una «decisione politica» sostenendo che «neanche oggi si è fatta giustizia, ma costruita un’impunità».

LA DECISIONE

Dopo quattro ore di camera di consiglio, i giudici hanno sostanzialmente accolto la richiesta della procura generale, che in una memoria di circa 50 pagine aveva evidenziato l’insussistenza delle accuse al leader della Lega. Per il pg il ricorso della procura di Palermo «si è soffermato esclusivamente sulla condotta privativa della libertà personale (l’azione), senza affrontare i profili ricostruttivi dell’elemento della “colpevolezza”: e ciò senza tener in considerazione – si legge nella memoria – che fossero presenti e valorizzati, nella sentenza impugnata, elementi di esclusione (o, quantomeno di forte dubbio) del dolo relativi alle contestazioni di accusa». Per i sostituti procuratori generali Luigi Giordano e Antonietta Picardi si configura «un deficit dimostrativo della sussistenza degli elementi costitutivi dei reati ascritti all’imputato». In sostanza – ha argomentato l’ufficio della procura generale nell’atto messo all’attenzione dei Supremi giudici – se la posizione di garanzia, che sussisteva a carico del ministro dell’Interno, può arrivare a giustificare e fondare la contestazione della limitazione della libertà personale, nel senso che egli avrebbe dovuto consentire lo sbarco di migranti «non ancora compiutamente identificati e potenzialmente titolari del diritto di asilo, non si individua tuttavia alcuna significativa argomentazione tesa alla dimostrazione dell’esistenza di colpevolezza o degli altri elementi costitutivi del reato, prospettandosi esclusivamente la sola esistenza della condotta e dell’evento naturalistico ad essa connesso».

LE MOTIVAZIONI

Nelle motivazioni della sentenza di primo grado il tribunale di Palermo aveva affermato che l’Italia, e quindi l’allora titolare del Viminale, non erano obbligati ad assegnare il porto sicuro (Pos) alla Open Arms, la nave spagnola perché toccava alle autorità iberiche farlo.

Per il tribunale l’obbligo di tutelare i profughi, fatti sbarcare al termine di un braccio di ferro solo dopo l’intervento dei pm di Agrigento, lo aveva la Spagna. Perché il suo centro di coordinamento e soccorso marittimo aveva «operato, sin da subito, un sia pur minimo coordinamento da “primo contatto”; perché Malta, «nel declinare la propria responsabilità per i primi due eventi di salvataggio, aveva chiaramente indicato la Spagna (Stato di bandiera) quale unica autorità che avrebbe dovuto assistere il natante».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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