Il caso Francia (spread alle stelle e deficit al 6% del Pil) e la lezione dell’Italia

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Forse è venuto il tempo di interrogarsi davvero sulla direzione presa dalla Francia. Dal deficit fuori controllo, alle bocciature delle agenzie di rating, fino all’aumento degli spread, il Paese appare avvitarsi su se stesso. La Francia non è un’economia periferica: è la seconda economia dell’Unione europea e costituisce un pilastro del debito “sicuro”, quello definito “core”, insieme alla Germania. È una immagine poco gradevole per tutti vederla indossare i panni del malato, sia sui mercati che tra le cancellerie del Vecchio Continente. In Francia molti si interrogano sui conti pubblici che non sono rassicuranti così come non lo è la capacità del governo Lecornu di attuare le riforme necessarie a dare sicurezza al Paese. Lo spread degli Oat francesi, che ha sempre oscillato attorno ai 40 punti rispetto ai bund, è balzato quasi a 80, mentre nel frattempo, quello italiano, è sceso da 240 punti fino a 66 punti, come non si vedeva da prima della crisi dei debiti sovrani. Lo scorso anno il deficit francese ha raggiunto il 6% del Pil, quest’anno rischia di ripetersi, e siamo comunque ben oltre il parametro europeo del 3%. I cugini d’oltralpe, rappresentati in un parlamento frammentato e diviso, esprimono un rifiuto sostanziale di prendere atto della realtà e accettare le riforme necessarie per affrontare la crisi profonda che stanno attraversando. Il governo non è riuscito a far digerire nemmeno la proposta di abolire una sola giornata di festività lavorativa. Scioperi (come quello dei lavoratori del Louvre) e proteste, sono all’ordine del giorno. Ma il vero macigno resta il sistema pensionistico, l’incapacità di riformarlo e renderlo sostenibile in futuro. Non che all’Eliseo non lo si sia messo in agenda. Anzi. Si è tentato in tutti i modi di difendere una riforma che, seppur gradualmente, potesse almeno portare l’età del pensionamento da 62 a 64 anni. Un proposito sul quale si è schiantato più di un tentativo di governo e che Lecornu stesso ha dovuto accantonare per ottenere la fiducia dal Parlamento. La Francia spende per le pensioni circa il 14% del Pil (più della media Ue, ormai poco meno dell’Italia che però continua a stringere le maglie del sistema). Poiché questa spesa è incomprimibile e legata all’invecchiamento, genera un deficit cronico che non scende nemmeno quando l’economia cresce. In questo modo si determina un accumulo di debito pubblico anno dopo anno, che lo porta verso livelli che i mercati iniziano a considerare rischiosi. La mancata riforma del sistema pensionistico genera un circolo vizioso. Invece di spendere in ricerca, infrastrutture, transizione energetica o istruzione (i motori della crescita futura), la Francia, come per lungo tempo è avvenuto in Italia, è ora costretta a usare il gettito fiscale per coprire la spesa corrente (pensioni e interessi). Il sistema pensionistico francese, se non riformato, drena risorse vitali, soffoca la crescita e produce un debito tale da mettere in dubbio la tenuta finanziaria del cuore stesso dell’Europa. Ed è per questo che i conti pubblici francesi sono diventati un problema comune. Come un tempo lo sono stati i conti pubblici italiani, che proprio le riforme delle pensioni, dalla Fornero in poi, hanno messo in sicurezza. L’Italia, salvando se stessa con quella serietà e responsabilità collettiva che ha riconosciuto il Censis, ha salvato anche l’Europa. Ora è il turno della Francia di farlo.
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di Francesco Bisozzi
Source URL: http://ilmessaggero.it/economia/news/caso_francia_lezione_italia-9249217.html












