Da contadino a talent scout, Dino Zampacorta: «Assicuro tanti calciatori, ora vorrei dirigere un club»

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Prima di lui, tre generazioni di agricoltori. A sei anni il papà Cenzino gli ha insegnato a guidare il trattore ma crescendo, quel ragazzino ha dimostrato presto che la campagna gli andava stretta. A piccoli passi ha fatto della passione calcistica un’attività imprenditoriale. Oggi Dino Zampacorta, 65 anni, di Santa Teresa di Spoltore, è un intermediario assicurativo finanziario e un talent scout di successo. La casa colonica di famiglia è diventata una villa con piscina e campo da tennis a cui si sono aggiunte le residenze sul Lago di Garda e Miami. È amico di allenatori, calciatori, dirigenti, personaggi dello spettacolo tra cui Gattuso, Galliani, Albano Carrisi, Gianluca Ginoble. Ha più di 700 atleti assicurati tra Italia, Spagna, Inghilterra e Germania. Il racconto della sua vita inizia da una dimensione temporale che sembra lontana secoli.
È vero che quando lei è nato, suo nonno disse che il nome Dino era quello che si adattava più al suo futuro di conta…dino?
«Sì, la mia destinazione naturale erano i campi di mais, granturco, ulivi, vigneti, le mucche e vitelli. Vivevamo in un cascinale, condiviso tra i miei nonni paterni, mio padre, i suoi due fratelli, le rispettive mogli e 6 figli. Sono cresciuto lavorando la terra e nutrendo gli animali. Ho studiato ragioneria al Tito Acerbo, ma non amavo i libri e sono passato alla scuola di recupero. La prima volta che sono entrato in un ristorante è stato per festeggiare il mio 18esimo, con una pizza offerta da mio padre a mia madre Elvira, me, mia sorella Maria Grazia e pochi parenti».
Quando ha avuto l’opportunità di uscire dall’ambiente bucolico?
«Avevo 20 anni, ricevemmo la visita di una parente che vendeva ferri da stiro a vapore e robot da cucina. Noi non potevamo permetterceli, ma mi informai sulla percentuale di guadagno che quegli articoli garantivano al venditore, la parente e il suo tutor mi proposero una collaborazione. In un anno vendetti 36 ferri da stiro e 48 robot, intascando 25 milioni di lire, una cifra ragguardevole negli anni ’80, soprattutto per un ventenne. Alla gamma prodotti, aggiunsi presto una batteria di pentole. Mi affermai in tutto l’Abruzzo e in Molise».
In che modo è entrato nel ramo delle polizze?
«Un amico che stava per aprire un’agenzia di assicurazioni mi chiese di dargli una mano per il trasloco dei mobili. Mentre lo aiutavo, gli raccontavo dei miei risultati da rappresentante, mi offrì di lavorare con lui. Stipulai i primi contratti con clienti già acquisiti ed amici. Tra questi c’erano Vincenzo Vivarini, Gabriele Ioannoni e Edmondo De Amicis, allora calciatori in erba che frequentavano la mia stessa scuola. Li convinsi ad acquistare polizze anti infortunio, due di loro si fecero male veramente, mi diedi da fare per definire un congruo risarcimento e parlarono bene di me ai compagni».
Poi?
«La voce arrivò fino al Francavilla Calcio, al Rimini e alla Lodigiani dove assicurai numerosi calciatori. Determinanti furono anche i fratelli Gigi e Angelo Pierleoni, che giocavano a Francavilla ed Ascoli, con i bianconeri entrai nel giro della serie A. Devo molto anche a Felice Centofanti, che incontrai quando militava nell’Ancona, dopo il suo trasferimento all’Inter fece diventare miei clienti Manicone, i fratelli Paganin e Zé Elias. Frequentai assiduamente i ritiri estivi delle squadre, arrivavo sulle Alpi e gli Appennini, fino all’Austria e alla Svizzera. Stavo decollando e ripagavo anche la delusione di non essere diventato un giocatore professionista, per via di due infortuni al femore quando ero un giovane calciatore».
Come è stato l’approccio tra dirigenti di club italiani e la sua veracità di abruzzese?
«La mia genuinità li faceva sorridere, ma apprezzavano la volontà e la serietà. Galliani mi chiamava “il contadino”, a Milano mi presentò a Berlusconi come “un contadino autentico che cerca di fare l’imprenditore e ci riesce”. Il cavaliere mi sorrise e disse “Bene, in Italia abbiamo bisogno di molte persone come lei. Nella vita bisogna avere sempre sogni da realizzare”».
Quella volta che fu disprezzato?
«Il presidente del Brescia Luigi Corioni mi diede appuntamento in un elegante salone della sua azienda, arrivò dopo una lunga attesa, mi guardò e disse a sua figlia Antonella “ma questo è un terun”, liquidandomi subito. Divenni amico dei figli, Antonella gli parlò bene di me e cominciò a considerarmi. Nacque una collaborazione stretta basata sulla fiducia, al punto di diventare suo consigliere personale».
Oggi lei ha il mandato di 27 compagnie, assicura atleti di tutte le discipline. Cerca talenti del pallone sui campi del Sud America, ha aperto un ufficio a Buenos Aires. Tra i suoi gioielli?
«Josè Mauri, il centrocampista che a 14 anni, da una piccola società nell’entroterra argentino ho portato fino al Milan».
La famiglia per lei è un punto fermo. Padre di Luca, Martina e Matteo, laureati e già nel mondo del lavoro. Quattro anni fa ha avuto dalla sua compagna Ylenia l’ultimogenito Edoard. Che padre è per loro?
«Sono sempre presente nella vita dei miei figli ai quali ho cercato di non far mancare nulla, evitando il superfluo perché ho insegnato loro che ciò che si desidera va conquistato».
Ha un sogno da realizzare?
«Il più grande è un mondo di pace, senza odio e guerre. A livello personale, sarei pronto a fare il presidente di una società di calcio, ma questo sport è ormai solo un business di costi e utili. Giocatori attaccati alla maglia come Totti e Maldini sono solo un ricordo, i tifosi troppo volubili, ti portano alle stelle quando vinci e per poche sconfitte ti coprono di offese. Sono un romantico che vive di emozioni, credo che a questo sogno dovrò rinunciare».
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