Yirelis uccisa a Cassino, la procura va in appello: «Di Carlo lucido al momento del fatto»
A ricorrere anche la difesa. Gli avvocati Salera e Germani: “Totalmente incapace”

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Omicidio di Yirelis Santana, la 34enne uccisa in casa a Cassino con quattro coltellate il 27 maggio 2023, la procura ricorre in appello contro la sentenza di condanna a 14 anni di carcere per il 28enne Sandro Di Carlo (nella foto). Ad impugnare la sentenza di primo grado, pronunciata l’estate scorsa, dalla corte d’assise di Cassino, è stato il pubblico ministero Alfredo Mattei. Nel ricorso, che ricostruisce le fasi salienti del processo, l’accusa batte su due punti fondamentali: il riconoscimento dei futili motivi (il litigio per un rapporto intimo) che sarebbero stati scatenanti dell’ira sfociata nel delitto e la rivalutazione delle conclusioni in ordine allo stato di salute dell’imputato.
Il 28enne, infatti, in primo grado è stato riconosciuto affetto da “personalità borderline” e di conseguenza è stato ritenuto semi-infermo di mente al momento del fatto. Ciò ha determinato, anche per l’accesso al rito abbreviato senza i futili motivi, lo sconto di pena pari a 10 anni rispetto alla richiesta del pm. Per la procura, dunque, devono essere rivalutati i due elementi e la condanna deve essere a 24 anni di reclusione. Ma a presentare appello è stata anche la difesa del giovane (rappresentata dagli avvocati Sandro Salera e Alfredo Germani) che, invece, chiede il riconoscimento della «totale incapacità d’intendere e di volere al momento del fatto» e dunque, la non imputabilità.
LE MOTIVAZIONI
Appelli di accusa e difesa che sono arrivati dopo il deposito delle motivazioni da parte della corte d’assise di Cassino. La corte ha ritenuto che il delitto di Yirelis Santana sia il frutto di un’azione «d’impeto» che si inquadra nel «discontrollo degli istinti» tipici di chi è affetto da «personalità borderline» associato all’assunzione smodata di alcol. Nell’azione omicidiaria messa in atto da Di Carlo, secondo i giudici, «non c’è stata premeditazione» perché la condotta è stata priva di «organizzazione e sistematicità». Ma la violenza con cui sono state inferte le quattro coltellate agli organi vitali «disvela» la «consapevolezza e la volontà» di voler ferire a morte la donna, poi «lasciata agonizzante» e «senza soccorsi». Il movente, per l’accusa, è chiaro e si annoda alla reazione violenta per una discussione sorta durante un rapporto intimo tra la vittima e l’imputato. La corte d’assise, però, non lo ha fatto proprio. In sentenza si parla di varie ipotesi, ma tutte ricondotte a «congetture non suffragate da elementi di prova». Ora la parola passa alla corte d’assise d’appello di Roma.
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di Gianpiero Fabrizi
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