“Le cose che non possiamo dimenticare”, a Rebibbia l’arte dà voce alla memoria per il Giubileo dei detenuti

“Le cose che non possiamo dimenticare”, a Rebibbia l’arte dà voce alla memoria per il Giubileo dei detenuti

Sino a domenica 14 dicembre, l’ingresso del capolinea della Metro B diventa un ponte tra la città e il carcere grazie all’opera luminosa di Angelo Bonello e alle immagini corali di Guido Gazzilli

“Le cose che non possiamo dimenticare”, installazione di Angelo Bonello_Courtesy of Press Office
di Gustavo Marco Cipolla
4 Minuti di Lettura
venerdì 12 dicembre 2025, 11:06
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La memoria prende forma quando viene condivisa, soprattutto laddove le parole sembrano destinate a rimanere sospese. Da questo presupposto nasce “Le cose che non possiamo dimenticare”, un progetto che unisce arte sociale e partecipazione trasformando, per tre giorni, la stazione Metro Rebibbia in un osservatorio sull’esperienza detentiva e sulle sue risonanze nella comunità. Il cuore dell’iniziativa, prodotta da Artificio Italiano e promossa da Roma Capitale nell’ambito del programma “Artes et Iubilaeum 2025”, è la monumentale installazione audiovisiva di Angelo Bonello: una croce luminosa alta sei metri, realizzata con Led e concepita come presenza interrogante più che come simbolo. Calata nello spazio urbano, la struttura di light art accoglie volti e parole dei detenuti e delle ex detenute dell’Istituto penitenziario Rebibbia coinvolti nel laboratorio creativo condotto dallo stesso Bonello e dal fotografo Guido Gazzilli. Ricordi spezzati, oggetti evocati, lacune affettive, speranze minime. L’iconografia che scorre sulla superficie luminosa non invoca consolazione, ma ascolto. Ogni frammento diventa una domanda rivolta a chi attraversa la piazza, un varco che rimette in contatto ciò che la detenzione separa.

Guido Gazzilli_Courtesy of Press Office

Bonello definisce la croce come un «taglio nell’oscurità», un punto di scambio in cui lo sguardo dello spettatore e quello dei detenuti si incontrano senza mediazioni. Ed è proprio questa reciprocità che genera la tensione poetica dell’opera in cui lo spazio della stazione si fa luogo di relazione, dove la città non osserva soltanto, ma si lascia osservare, interrogata sul modo in cui considera chi ha sbagliato. Accanto alla grande installazione, il contributo di Gazzilli amplifica il tema del ricordo attraverso immagini selezionate dal suo archivio. Le fotografie, reinterpretate con disegni e testi dei detenuti, danno vita a un corpus di lavori corali, esposti in formato poster nei percorsi della metropolitana.

Installazione di Angelo Bonello_Courtesy of Press Office

È una visione dalla soglia, una narrazione sospesa tra intimità e distanza, costruita grazie al supporto di psicologi, educatori e assistenti creativi come Guido Pietro Airoldi, Maria Daria Giri e Giuseppina Boi, oltre all’impegno di Vittoria Cattozzi e Petra Bonello, che hanno accompagnato i partecipanti lungo tutto il processo. Un fitto programma di incontri apre le porte al dietro le quinte dell’iniziativa: l’inaugurazione dell’opera luminosa, la presentazione del libro “Everyday Shoes” di Gazzilli – nato da un lavoro condiviso con oltre 50 artisti e diversi istituti penitenziari italiani – e una raccolta di testimonianze di cittadini chiamati a rispondere alla domanda che ha guidato il laboratorio: “che cosa non dimentichiamo mai?”. Il debutto comprende anche l’esposizione “Storie del quartiere Rebibbia attraverso il fumetto” che, curata dalla Scuola Romana dei Fumetti, mescola tavole originali, installazioni e video-racconti in un dialogo costante con la presenza del carcere.

Guido Gazzilli_Courtesy of Press Office

La chiusura del 14 dicembre coincide con il Giubileo dei detenuti: una giornata dedicata non solo alle persone recluse, ma anche alle loro famiglie e a chi lavora ogni giorno all’interno dell’Istituto penitenziario. Il rapper e scrittore Amir Issaa porta in piazza “Vivo per questo”, un reading musicale che intreccia autobiografia, riflessioni sulla detenzione e possibilità di riscatto. Per Francesco Conticello, ceo di Casta Diva Art & Show di cui fa parte Artificio Italiano, il progetto dimostra come l’arte possa agire da catalizzatore sociale, aprendo spiragli di riconoscimento e costruendo un ponte stabile tra carcere e territorio.

Un risultato reso possibile da una rete di partner culturali e sociali che hanno sostenuto ogni fase dell’idea. “Le cose che non possiamo dimenticare” lascia così una traccia di luce che non è un classico monumento, ma un monito a ricordare che l’umanità trova il suo senso più profondo nella capacità di ascoltare chi vive ai margini, restituendogli un posto (visibile) nel mondo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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