Ad Atreju ecco Bova. Fdi: identità digitale anti-abusi social

Ad Atreju ecco Bova. Fdi: identità digitale anti-abusi social

L’attore Raul Bova, durante un dibattito sul Deepfake sul palco di Atreju a Roma, 11 dicembre 2025. ANSA/FABIO FRUSTACI
di Valentina Pigliautile
4 Minuti di Lettura
venerdì 12 dicembre 2025, 00:10
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C’è chi si autodenuncia già sull’uscio («Io sono qui per sentire Raoul Bova») e chi rivendica l’antica professione di fede («questo è il panel di Arianna»). Fatto sta che la sala “Giustizia giusta”, nel cuore del villaggio di Atreju, è stracolma prima ancora che l’evento inizi. Curiosi, fan, militanti e alcuni pezzi da novanta del partito di via della Scrofa: Francesco Filini, Ylenja Lucaselli, Lucio Malan e, in prima fila, persino Anna Paratore, madre di Giorgia e Arianna Meloni. Alla fine il meloniano Salvatore Deidda, sul palco per introdurre gli ospiti, è quasi costretto a urlare. Nel parterre, oltre al volto di Don Matteo in tivvù e alla responsabile della segreteria politica di Fdi, ci sono la giornalista Francesca Barra, Fabio Ferrari ( il famoso Chicco di Ragazzi della terza C), la direttrice delle relazioni istituzionali di Meta per il Sud Europa e Israele, Laura Bononcini, e il magistrato Valerio De Gioia. Bastano le prime testimonianze per spegnere il brusio iniziale. Anche perché il tema – deep fake, odio social e web reputation – è di quelli seri. Per Arianna Meloni, «la sfida del nostro tempo», che passa dalla capacità di «gestire» i nuovi strumenti digitali e trovare «un sistema per il quale tutti insieme si riesca veramente a ricordarci che cosa c’è al centro di tutto, che deve essere sempre l’uomo». Poi ci sono i racconti di chi ha sperimentato sulla propria pelle le conseguenze degli abusi digitali. «Io ho pagato per aver rifiutato un ricatto, pagato con l’uccisione pubblica», scandisce Bova, vittima della pubblicazione di alcune chat private tra lui e la modella Martina Ceretti (dopo aver rifiutato di pagarne il “riscatto”). Ed è lui stesso a tirare in ballo la “pietra dello scandalo”, diventata virale e frutto di sbeffeggiamento: «Tutti sapevano di questa parola – “occhi spaccanti” – e io pensavo “chissà che avrò detto”». Una testimonianza che è insieme anche un atto di denuncia: «Io ho denunciato subito. Quell’audio bisognava bloccarlo in partenza. Il messaggio è che mi sono sentito molto solo». Più dura Francesca Barra che di recente ha denunciato la presenza sul web di alcune immagini generate con l’Ia che la ritraevano nuda. L’appunto critico è rivolto a chi, tra i colleghi, ha ironizzato sull’incontro promosso da Fdi, con Bova nel parterre: «Non c’è niente di divertente in un reato.

Un giornalista dovrebbe ricordare che di certi reati si può morire. La mia categoria, quella dei giornalisti, dovrebbe informare e difendere la verità a ogni costo». Una vicenda, dice Barra con trasporto, che «mi ha umiliata, ferita e spezzata. Ho deciso di denunciare per immaginare un futuro migliore per i miei figli». C’è pure chi, come Fabio Ferrari, racconta la sua esperienza sui social, alle prese con insulti e minacce sotto i singoli post: «Quando si arriva a due milioni di visualizzazioni, arrivano anche gli odiatori. Mia moglie, leggendo alcuni commenti, a volte, mi dice “aspetta a dire certe cose”, e certo ci pensi». Il nodo per l’attore, però, è che non può esserci sensibilizzazione senza chiarezza: «Solo il 41% degli italiani sa cosa vuol dire “deep fake”: bisogna parlare in italiano», annota, rimarcando la necessità di un «documento d’identità quando si entra su internet»

LA PROPOSTA

Un’idea, quest’ultima, che il partito della premier sembra deciso a portare avanti. E Deidda, presidente della commissione Trasporti e telecomunicazioni della Camera, non lo nasconde, anzi: «Stiamo lavorando per certificare che chi naviga su internet deve avere un’identità certa, lanciamo qui la proposta. Lanceremo una battaglia in Parlamento affinché le piattaforme introducano una certificazione dell’identità per chi naviga». La norma, spiegano fonti parlamentari, potrebbe trovare spazio già all’interno di una proposta di legge ora all’esame della commissione di Deidda, e che mira a regolare “informazioni e notizie aventi rilevanza sociale e politica sulle piattaforme digitali e sulle reti sociali telematiche”. «L’Italia è la culla della spiritualità e noi oggi dobbiamo difendere l’uomo», dice in chiusura Arianna Meloni, citando Papa Francesco che più volte ha posto l’accento sull’importanza di un approccio etico sulle nuove tecnologie. Quasi un assist per la madre seduta in prima fila. Ai cronisti che le chiedono se sia orgogliosa delle sue figlie, risponde. «Eh beh». Se l’aspettava? «Di più..Mi aspettavo una Papa».

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