Benigni e gli ascolti record, così Roberto fa i numeri di Sinner e rende pop la cultura italiana
L’ultima lezione su San Pietro – Un Uomo nel Vento – ha sfiorato i 4 milioni di telespettatori (3 milioni 968 mila per la precisione) con uno share del 24,4% e picchi di 5 milioni

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Perché Roberto Benigni continua a fare ascolti record con i suoi monologhi culturali? L’ultima lezione su San Pietro – Un Uomo nel Vento – ha sfiorato i 4 milioni di telespettatori (3 milioni 968 mila per la precisione) con uno share del 24,4% e picchi di 5 milioni. Un fenomeno che si rinnova, da quando il popolare comico toscano ha abbandonato l’Inno del Corpo Sciolto per dedicarsi a temi di divulgazione che pochi altri (alla Piero Angela per intenderci) sono in grado di portare al grande pubblico. Lo scorso 19 marzo il monologo dedicato all’Europa unita tratteggiata dal Manifesto di Ventotene, nei giorni in cui l’opera visionaria di Spinelli era diventato oggetto di un’accesa polemica politica, aveva raccolto 4,4 milioni di telespettatori (28,1% di share).
E come dimenticare i picchi di ascolto a Sanremo, dall’inno alla Costituzione del 2023, davanti a un Mattarella plaudente sul palco d’onore (14 milioni di spettatori), all’esegesi del Cantico dei Cantici di tre anni prima (9,8 milioni di spettatori e 54,5% di share). Nel 2011 oltre 15 milioni di persone seguirono il suo ingresso a cavallo all’Ariston per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Il patriottismo è una corda che Benigni sa toccare con grande sapienza, anche quando illustra la Commedia di Dante o spiega la Più Bella del Mondo, cioè la Costituzione italiana (12,6 milioni di telespettatori e 44% di share nel 2012).
A San Pietro si legano cristianamente le due serate sui Dieci Comandamenti del 2014: rispettivamente 9,1 milioni e 10,3 milioni di spettatori.
Non sorprende che il premio Oscar sia all’altezza di Sinner e della Nazionale di calcio, vista la popolarità di cui gode dopo aver sbancato i botteghini e Hollywood con la Vita E’ Bella. Sorprende semmai che tenga incollati tanti italiani davanti alla tivvù con copioni alti, maneggiando materie che raramente i professori a scuola riescono a rendere pop e di norma restano relegate all’accademia o ai catechismi. “Un’importante pagina di servizio pubblico”, ha gongolato l’ad della Rai, Giampaolo Rossi. Ma il servizio pubblico in prima serata ormai lo fa solo Benigni, se intendiamo una combinazione di divulgazione e intrattenimento che sostenga ascolti e inserzionisti. Un’eccezione rispetto alla regola dell’intrattenimento leggero e dell’intrattenimento informativo, che troppo spesso si trasfigura in operetta chiassosa e rissosa. C’è la politica alta nei monologhi di Benigni, non quella da cortile della Repubblica che si aliena gli elettori. Si parla di valori e non di convenienze. Si pronuncia una parola impegnativa come amore senza renderla scontata o stucchevole. Si coglie il senso dell’impegno. E della partecipazione, che come cantava Giorgio Gaber, un altro artista pensante, è la vera libertà.
Insomma il furetto della dissacrazione è diventato il testimone della sacralità, sia quella laica che quella religiosa. E in una realtà di bassezze e inesorabile partigianerie, in un mondo in cui la parola ha perso il suo peso, perché conta solo la forza, ascoltare Benigni è un atto in controtendenza. Farlo sulla tv generalista, ormai schiacciata dallo streaming e dalle piattaforme a pagamento, è un atto anacronistico. Perché questa rivoluzione culturale raggiunga il suo scopo – e abbiamo visto che può accadere -, serve qualcuno che parli il linguaggio della semplicità, anche quando si avventura nell’Inferno dantesco o nell’articolo 21 della Costituzione, e sappia arrivare al pubblico con leggerezza e ironia. Un poeta senza saccenza, un comico senza volgarità.
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di Guido Boffo
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