Consiglio Europeo, Meloni frena sugli asset: «Servono basi giuridiche»
La premier alle Camere prima di andare a Bruxelles: «Niente soldati italiani in Ucraina. Il nemico della Ue è il non decidere». Le scintille con Schlein e Conte
mercoledì 17 dicembre 2025di Andrea Bulleri

Prudenza sugli asset russi, muro sull’ipotesi di inviare soldati in Ucraina.
Anche se servissero per una forza multinazionale schierata come garanzia di sicurezza per Kiev, come propongono alcune cancellerie europee. In un parlamento di rado così gremito a un pugno di giorni dalla pausa natalizia, con più di un deputato affaccendato in Transatlantico tra pacchi regalo e panettoni infiocchettati, vanno in scena le comunicazioni di Giorgia Meloni in vista del Consiglio europeo. Appuntamento che si annuncia denso, con l’Ucraina in cima alla lista degli argomenti dei Ventisette. E la – spinosa – questione degli asset russi congelati, che la Commissione propone di sfruttare per un prestito a Kiev. Ipotesi su cui la premier non chiude. Ma prima alla Camera, poi al Senato, pianta una serie di paletti che riassumono tutti i dubbi italiani sull’argomento.
Il primo suona come un altolà a Ursula von der Leyen: sui beni congelati decidono «i leader», non Bruxelles. E soprattutto bisogna essere sicuri di trovare una «soluzione sostenibile», operazione – avvisa Meloni – «tutt’altro che semplice». E così anche se Roma resta «aperta a ogni soluzione», il timore è quello di finire in un contenzioso legale col Cremlino da cui l’Ue potrebbe uscire sconfitta. Di qui il timore della premier: «Senza una base giuridica solida, regaleremmo a Putin la prima vittoria dall’inizio del conflitto».
Accanto a Meloni a Montecitorio siede Matteo Salvini (diverse ore più tardi, in Senato, Meloni chiamerà per lui l’applauso dell’aula, esultando per la sua assoluzione definitiva nel processo Open Arms). Impassibile, il leader della Lega, anche quando la timoniera del governo tocca il tasto che più gli è caro: il no agli scarponi delle nostre truppe sul suolo ucraino. «Approfitto per ribadire che l’Italia non intende inviare soldati», ribadisce Meloni, neanche nell’ipotesi del «dispiegamento di una forza multinazionale ucraina guidata dai volenterosi con la partecipazione volontaria dei Paesi», come garanzia di sicurezza per Kiev.
IL SOSTEGNO
Non è l’unico motivo di soddisfazione, per il Carroccio: dalla risoluzione di maggioranza (l’unica a ricevere semaforo verde) sparisce ogni riferimento agli aiuti militari, in favore di un più generico «sostegno multidimensionale». Con in più il paletto della necessaria «lotta a riciclaggio e corruzione» richiesta al gabinetto di Zelensky su cui la premier invita a «vigilare», anche se – precisa – «gli anticorpi di Kiev sono incoraggianti».
In ogni caso la linea italiana non cambia, puntualizza Meloni. Convinta che un «collasso» ucraino «rappresenterebbe un danno per tutti noi», e che non si abbandona Kiev «nella fase più delicata degli ultimi anni». Mosca, rimarca la premier, avanza «pretese irragionevoli sul Donbass» ed è risultata «meno forte di quanto è stato raccontato», essendo riuscita a conquistare solo «l’1,45% del territorio ucraino». Parla ai 5 Stelle, Meloni, ma sembra rivolgersi pure all’alleato leghista, convinto che l’Ue non riuscirà a piegare Mosca. Invece per Meloni per arrivare a un accordo di pace è fondamentale «tenere alta la pressione».
E pazienza se con Salvini (che Schlein accusa di fare da «portavoce di Mosca») le posizioni divergono. «La maggioranza – va giù di fioretto Meloni – ha un’unica risoluzione, le opposizioni 5. Mi preoccuperebbe un presidente del Consiglio che in Parlamento ha 5 posizioni diverse in politica estera» (replica ancora la segretaria dem: «Ne avete una sola perché non ci avete scritto niente»).
La accusano – lo fa il Pd, ma pure Mario Monti – di accodarsi a Trump, di prendere ordini da «manovratori». E lei in Senato si inalbera: «A differenza sua – ribatte al predecessore che guidò un governo tecnico – sono qui perché me lo ha chiesto il popolo italiano, ed è solo agli italiani che rispondo». L’Italia, rincara, non fa «la cheerleader», né con Bruxelles né con gli Usa. Anzi: «Preferisco una costosa libertà a una costosissima sudditanza». Il problema insomma non è «lanciare strali contro un nemico immaginario», piuttosto un’Ue che sembra essersi condannata alla «irrilevanza». Anche per via della «nostra incapacità di decidere» che in Europa è «il vero nemico da combattere».
Con Schlein e Conte non mancano le scintille, come con Renzi al Senato. In una «letterina di Natale» degli italiani alla premier, la segretaria del Pd fa la lista di tagli e rincari: «Il pane costa il 28% in più, presidente, ma che mangino le pastarelle, giusto?». Un tasto su cui batte pure il leader di Iv, che sui social la immagina in un meme nelle vesti di Maria Antonietta. Mentre Conte la ammonisce sugli asset russi: «Stia attenta alle firme che mette». Tema su cui si consuma un nuovo strappo tra 5S e Pd, che invece nella sua risoluzione apre all’uso «legalmente fondato» dei beni congelati. Anche se l’avvocato assicura: «Troveremo una sintesi». Impresa che, sull’Ucraina, pare ardua in entrambe le metà dell’emiciclo.
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Ultimo aggiornamento: 18 dicembre, 08:38
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