Narcotraffico, il boss nigeriano comandava lo spaccio di droga al telefono da Parigi

Narcotraffico, il boss nigeriano comandava lo spaccio di droga al telefono da Parigi

Le indagini partite dal rione Piave. La cocaina proveniva da Amsterdam e veniva smistata in tre case nel Padovano

martedì 16 dicembre 2025di Giacomo Costa

Narcotraffico, il boss nigeriano comandava lo spaccio di droga al telefono da Parigi

MESTRE – «Quando compro la roba, io la compro sempre buona perché non voglio che le persone si lamentino.

Compro quella da 200-150, perché non voglio che quando arriva in Italia loro mi chiamano per far abbassare il prezzo».

Kelvin Omhenaka, boss della banda, chiamando da Parigi, rassicurava così il suo luogotenente responsabile dello snodo veneto, Festus Inegbenosun: «Tu non preoccuparti: guadagnerai bene». Un anno dopo quella telefonata un versamento da 100 mila euro su un conto corrente francese confermava la promessa: era la quota che spettava al capo, dopo chissà quanti viaggi, smistamenti, ridistribuzioni. In tre anni di indagini la squadra Mobile veneziana ne ha registrati a decine, e decine ne hanno anche confessati i corrieri intercettati. Anche le vanterie sulla qualità della droga non erano a vuoto: la «bianchissima» – come veniva indicata la migliore cocaina che trattava il gruppo – arrivava a percentuali di purezza superiori al 70 per cento; e arrivava a chili: sei, nove, tredici, quindici, trenta, tutti nascosti nei copertoni, tutti partiti dallo stesso stabile di Amsterdam.

 

ILPOTERE DEI SOLDI

L’indagine che ha fatto finire in prigione tre narcotrafficanti nigeriani è arrivata al traguardo il 20 novembre, con l’arresto del boss in Francia e dei due “ufficiali sul campo”, presi a Padova e al Marco Polo di Venezia: c’è voluto il tempo di un appello al tribunale del Riesame, da parte dei pubblici ministeri Alessia Tavarnesi e Giovanni Gasparini, dopo che il giudice per le indagini preliminari aveva rifiutato di firmare l’ordinanza cautelare per ben 54 indagati, ma anche di un ricorso in Cassazione da parte del padovano. Ma gli investigatori della questura veneziana erano al lavoro ancora dal 2020: due anni dopo la celebre “operazione San Michele”, il maxi blitz che aveva aggredito la mafia nigeriana responsabile dello spaccio in via Piave, la polizia era tornata a scavare tra le vie del rione, seguendo gli scambi dei pusher in monopattino, intercettando le loro chat. E hanno trovato un mondo differente: niente più sette religiose, nessuna rete di corrieri assoggettati con la paura, invece c’era una sfilza di “muli” a pagamento, mercenari che prendevano tra i quattro e i settemila euro a viaggio («Abbiamo ricevuto mille adesso, riceveremo tremila in Italia e altri tremila al ritorno, in teoria», si spiegavano tra loro i candidati) e che venivano scaricati dai datori di lavoro al primo problema, senza troppi complimenti. La Mobile ne ha fermato uno a Bolzano, uno a Verona, un altro a Padova e un altro ad Aosta, tre a Ferrara – e tra questi due erano italiani. Corrieri che potevano fare anche venti viaggi, ma non per questo erano visti come parte della banda – neanche dal Riesame, che ha accettato di far arrestare i quattro comandanti ma ha respinto la misura per un’altra ventina di indagati. E, a volte, capitava persino che qualcuno sparisse («Sono sicuro che non è scappato via», si riassicuravano capo e vice, preoccupati per la droga, non per il soldato semplice).

DALL’OLANDA ALLA SVIZZERA

La prima tappa era Amsterdam, dove si recuperava la merce, poi la si smerciava in tre diverse abitazioni nel Padovano: a Vigodarzere, a Campodarsego, nella stessa Padova – a casa di Inegbenosun. Da Parigi, al telefono, Omhenaka (difeso dall’avvocato Mauro Serpico, contattato proprio dalla Francia) si assicurava che tutto fosse in ordine: c’erano dei codici sui pacchetti di stupefacente – R0, LPD, PH2, JOY, BBB, VIP, MILO, ad ogni sigla corrispondeva una destinazione; e tanta «roba» era destinata alla Svizzera, a dimostrare come lo snodo veneto fosse solo un passaggio nella rete di distribuzione.
Meno chiara è la posizione degli altri due luogotenenti: Ehimen Kingsley e Aire Henry Johnson: le intercettazioni della questura li vedono meno protagonisti, eppure per il tribunale sono altre figure apicali. Uno è già a Santa Maggiore, potrà essere ascoltato dai pm, l’altro invece resta latitante: è l’unico che è riuscito a far perdere le sue tracce, sicuramente all’estero.

 


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