«Se ti trovo ti uccido, ti mando in Marocco in una cassa di legno»: marito condannato per le violenze sulla moglie con calci e pugni alla testa
Due anni e 8 mesi di reclusione per il marocchino violento
mercoledì 17 dicembre 2025di Marina Lucchin

ADRIA (ROVIGO) – «Se ti trovo ti ammazzo». «O vivo io o vive lei». «La mando in Marocco in una cassa di legno». È da minacce come queste, oltre alle botte, che prende forma una vicenda di maltrattamenti in famiglia, protratti per oltre due anni, culminata ieri con una condanna a due anni e otto mesi di reclusione, inflitta in rito abbreviato dal tribunale di Rovigo a un marito marocchino.
I fatti si sono svolti ad Adria, a partire dal giugno 2023, con una condotta ritenuta continuativa.
L’ACCUSA
Secondo l’accusa, l’uomo avrebbe sottoposto la moglie a un sistema di violenze fisiche, psicologiche ed economiche, tale da ingenerare in lei un costante timore per la propria incolumità. In una prima fase, tra giugno e luglio 2023, mentre la coppia viveva in un appartamento condiviso con altri inquilini, l’imputato rientrava spesso ubriaco e la offendeva anche in presenza di terze persone, con insulti ripetuti e umilianti.
La situazione, anziché migliorare, sarebbe peggiorata dopo il trasferimento in un’altra abitazione. Qui, con cadenza almeno bisettimanale, l’uomo avrebbe aggredito la moglie con calci, pugni alla testa, schiaffi e strattonamenti, mentre le offese erano quotidiane. Alla violenza fisica si accompagnava un controllo costante della vita della donna, alla quale veniva impedito di svolgere attività autonome, sia per sé stessa sia per la famiglia.
In particolare, emerge dagli atti come la donna fosse ostacolata anche nella ricerca di un lavoro.
Quando usciva per cercare un’occupazione, veniva insultata e accusata di avere relazioni con altri uomini. Le agenzie interinali che contattavano l’imputato per proporre impieghi alla moglie (che non parlava italiano) non riuscivano a raggiungerla: l’uomo ometteva di avvisarla, facendole perdere le opportunità lavorative. Per imparare la lingua italiana, la donna sarebbe stata costretta a iscriversi di nascosto a un corso.
LE MINACCE
Le minacce non si limitavano alla sfera quotidiana. Alla moglie veniva impedito di recarsi in Marocco per far visita alla figlia, con l’avvertimento che, se fosse tornata nel Paese d’origine, lui l’avrebbe «seguita e uccisa». Più volte, inoltre, l’uomo avrebbe minacciato di fare del male anche a chiunque avesse tentato di aiutarla, «ed era colpa sua se questo accadeva».
Il 26 giugno una nuova minaccia di morte segna il punto di rottura. Venuta a conoscenza delle parole pronunciate nei suoi confronti davanti alla madre di una sua amica, la donna decide di non rientrare a casa e trascorre la notte dormendo in auto, nel parcheggio dell’ospedale di Adria.
Il giorno successivo, mentre entrambi devono lasciare l’abitazione a causa di uno sfratto, l’uomo ha danneggiato l’appartamento, continuando a molestare la moglie.
Qualche tempo dopo, l’uomo si è presentato più volte sul luogo di lavoro della donna, che nel frattempo aveva trovato un’occupazione in un hotel di Rosolina, offendendola alla presenza della titolare. In altre occasioni ha tentato di entrare con la forza nella stanza che la donna aveva affittato dopo lo sfratto, minacciandola nuovamente di morte.
LA SVOLTA
A partire dalla fine di giugno 2025, le intimidazioni si estendono anche ai familiari della vittima, raggiunti da messaggi e vocali con minacce esplicite di morte. L’uomo si era anche appropriato della Sim usata dalla donna, contattando amici e parenti, ribadendo che prima o poi l’avrebbe ammazzata.
Un quadro che il giudice ha ritenuto pienamente riconducibile al reato di maltrattamenti in famiglia. La donna si è costituita parte civile, assistita dall’avvocato Massimiliano Ponzetto.
La sentenza pronunciata ieri chiude una vicenda lunga e complessa, ricostruita attraverso episodi ripetuti di violenza, controllo e minacce, ritenuti espressione di un’unica condotta persecutoria protratta nel tempo. Oltre alla detenzione, la condanna prevede una provvisionale di 3mila euro e i danni da liquidarsi in sede civile.
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