Damiano Michieletto all’esordio cinematografico. Il sogno d’arte di una donna: «Ma era utopia»

Damiano Michieletto all’esordio cinematografico. Il sogno d’arte di una donna: «Ma era utopia»

“Primavera” è ispirato a un libro di Tiziano Scarpa: «Vivaldi è centrale, ma il film non è su di lui»

domenica 14 dicembre 2025di Adriano De Grandis

Damiano Michieletto all'esordio cinematografico. Il sogno d'arte di una donna: «Ma era utopia»

VENEZIA – Se questo Natale al cinema arriva una Primavera, non sarà l’ennesimo scherzo climatico delle stagioni, da tempo sempre più confuse, anche se in fin dei conti si parla pur sempre di uno che con le stagioni si è creato una fama straordinaria, musicalmente parlando. Ma non è un film su Vivaldi, nonostante la sua presenza sia determinante. Che film è allora? Intanto “Primavera” è l’esordio cinematografico finzionale del veneziano Damiano Michieletto, che nel mondo del teatro e della lirica è assai apprezzato, specialmente per essere un regista piuttosto spiazzante: già questo è sufficiente a creare un’attesa curiosa.

Poi all’origine c’è un libro di un altro veneziano, Tiziano Scarpa, che si chiama “Stabat mater”, premio Strega 2009, che racconta una storia di giovani orfane, educate nell’Ospedale della Pietà, a due passi da San Marco, ragazze avviate alla musica e talvolta cedute, per cospicua dote, a qualche ricco patrizio veneziano, contro la loro volontà.

Tra queste c’è Cecilia, che possiede qualità notevoli con il violino e che ha già chiaro il suo destino: andare in sposa a qualcuno di questi signori della città. E il prete rosso? Lo chiamano per contrastare il successo di altre parrocchie con gli oratori e infatti il risultato è subito evidente. Così Cecilia, che continua a scrivere lettere a una madre fantasma che non ha mai conosciuto, intreccia con don Vivaldi una relazione artistica che le fa sognare la speranza di evitare quel futuro dannato. Ma siamo agli inizi del XVIII secolo e quel sogno per lei è piuttosto improbabile si possa avverare.

Cecilia

Dunque “Primavera” parla sì di Vivaldi, ma la protagonista è Cecilia, anche se il film non si lancia in un proto-femminismo di liberazione, come avverte lo stesso Michieletto: «Cecilia è una ragazza del 700, orfana e rinchiusa in un convento dove suona il violino, è quindi distante anni luce da mia figlia, per dire. Però ci sono ferite che questa ragazza vive come un senso di abbandono, riuscendo a trovare un modo per stare al mondo, anche di essere conosciuta e vista, come quando si toglie la maschera davanti al Re di Danimarca, anche se io ho voluto evitare ogni morbosità. Cecilia prova a ribellarsi a quel destino, ma è un’epoca in cui credere di diventare libera è un’utopia, perché lei in quella società non conta nulla e pensa che Vivaldi possa aiutarla, ma Vivaldi, sul quale ho evitato qualsiasi mitizzazione, è un uomo con tutti i suoi difetti, compresa la codardia e ipocrisia». Un tema, un’era e un’ambientazione ripresi anche recentemente dal film “Gloria”, anche lì se il tema “politico” è più marcato e la narrazione è più pop che melò: «Il film lo conosco, l’ho visto quando è uscito, ma il lavoro che ha fatto Margherita Vicario è molto diverso, anche se partiamo da alcuni punti in comune. Ma tutto, dal femminile alla musica, si sviluppa in altro modo».

Prete rosso

Se Venezia e la musica sono elementi fondanti nel film, Vivaldi comunque resta al centro del racconto, pur specchio necessario di Cecilia: «Non volevo fare un film su questo importante musicista, ma quando metti un nome simile si crea un’aspettativa. Le didascalie finali servono a spiegare la sua vita, la sua morte e il suo oblio per due secoli, ma qui non siamo dalle parti di “Amadeus”, con tutte le debite differenze, non è un biopic su di lui. Qui domina il viaggio di questa ragazza dentro la Serenissima, raccontando anche molto di quella società».

Questo è molto contemporaneo, cioè il denaro che muove anche l’arte, così come i dettagli di una certa crudeltà che il film evidenzia, anche se la scena del mattatoio presente nel libro non è poi entrata nel montaggio finale, danno la misura di quel mondo, in modo concreto: «Il libro di Scarpa ha aspetti più lugubri, il macello mi sembrava forzare un’atmosfera, non volevo che il film diventasse troppo carico. Resta il senso di una umanità che ho cercato di non nobilitare nei suoi intenti».

Restando in campo musicale, l’autore delle musiche Fabio Massimo Capogrosso, spiega il lavoro fatto: «Misurarmi con la musica di Vivaldi è stata una sfida impegnativa e stimolante. Ho scritto una musica che raccontasse i pensieri e i sentimenti dei protagonisti, tra stilemi barocchi, scrittura contemporanea e uso dell’elettronica».Prodotto da Warner e Indigo, con un cast assai assortito (Michele Riondino, Tecla Insolia, Andrea Pennacchi, Stefano Accorsi: ieri c’è stata un’anteprima veneziana, ne sono previste altre in giro per il Veneto), forse da un regista così originale a teatro, non ci si aspettava qui una regia piuttosto guardinga: «A teatro lavoro da 25 anni, qui sono all’esordio e il linguaggio del cinema è completamente diverso. Avevo in mente qualche passaggio diciamo più “coraggioso”, sono sicuro che entrando maggiormente in confidenza col cinema, la prossima volta avrò un linguaggio più personale». Uscendo dal film, non si può non chiedere a un artista che ha lavorato e lavorerà ancora per la Fenice, un parere sul tormentone Venezi: «Eviterei un’opinione netta sulla querelle, perché in ogni caso rischi di essere subito etichettato. Dico piuttosto un auspicio: tornerò ad aprile alla Fenice con il “Lohengrin” e spero di trovare un teatro unito e orgoglioso di fare musica».
 

Ultimo aggiornamento: 15 dicembre, 11:53
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