«Doppia cittadinanza, sete d’appartenenza». Beneduzi: molti vogliono diventare italiani come riconoscimento di uno stato che intendono di fatto
Si è concluso il convegno organizzato da Ca’ Foscari con altri atenei veneti sull’immigrazione in Sudamerica, tra storia e presente
sabato 13 dicembre 2025di Marta Gasparon

Ieri le partenze verso una vita migliore, oggi il desiderio di tornare alle proprie origini riscoprendo un albero genealogico che parla anche italiano. Ecco passato e presente dell’immigrazione veneta in Sudamerica. Tema più attuale che mani, considerato il boom di richieste di cittadinanza italiana registrato nell’ultimo decennio: alla fine del 2024 erano ferme più di 19mila cause nei tribunali del Veneto. Il fenomeno mescola fattori sentimentali a vantaggi concreti, a cominciare da una mobilità più agevolata. L’aspetto imprescindibile è dimostrare di essere persone con legami di sangue che rimandano all’Italia; da qualche mese il cosiddetto “ius sanguinis” è strettamente collegato alla figura di un nonno che ha scelto di mantenere proprio la cittadinanza italiana. Di fronte alle molteplici richieste via via accumulatesi, ecco che alcuni Comuni hanno stabilito una tassa per arginare l’ondata di sudamericani che sperano gli venga riconosciuta. “Immigrazione italiana nel Sudamerica: un bilancio storiografico e nuove prospettive di ricerca” è il titolo della tre giorni di studi che Ca’ Foscari, in collaborazione con le altre università venete, ha organizzato nei giorni scorsi a Venezia. Per fare il punto sulla situazione e ripercorrere la storia di un fenomeno che ha origini lontane. A tracciarne i contorni è il professore di Storia e Istituzioni delle Americhe, Luis Fernando Beneduzi, promotore del convegno per l’ateneo veneziano insieme ad Alessandro Casellato, suo collega in Storia contemporanea.
Beneduzi, come mai questo boom di richieste di doppia cittadinanza?
«Due gli elementi di fondo: da un lato il sentirsi italiani, tanto da decidere di chiedere un riconoscimento in tal senso, dall’altro l’aspetto di una mobilità più agevolata (basti pensare che, con la cittadinanza italiana, si può entrare negli Stati Uniti senza visto).
Va comunque sottolineato che, come il sentirsi italiani cambia da nord a sud, poiché le caratteristiche sono differenti, allo stesso modo questi discendenti si immaginano italiani all’estero in modo diverso. E questa è semplicemente una trasformazione».
I vantaggi derivanti dalla doppia cittadinanza sono reali?
«Mi viene in mente il caso, raccontatomi, di una giovane brasiliana con antenati italiani. Quella da lei espressa era una sensazione di appartenenza, un sentirsi parte di una collettività che di fatto non le portava vantaggi particolari. D’altronde non ce ne sono a livello sanitario e neanche in termini di pensione».
E quindi?
«Possiamo dire che per un certo gruppo di persone la cittadinanza italiana è il riconoscimento di uno stato che loro intendono di fatto, ma di cui non hanno diritto. Magari dal Brasile non se ne andranno mai, o forse sì, ma la questione non ha a che fare con l’idea di ottenere dei vantaggi».
Facciamo un passo indietro: queste migrazioni dal Veneto al Sudamerica quando sono iniziate?
«L’emigrazione di massa si ha negli anni’70 dell’Ottocento, associata alle crisi del capitalismo e della produzione alimentare nella regione. Va ricordato che la riforma agraria, in Veneto, si avrà nel Novecento. Una fase in cui, allo stesso tempo, in Argentina e in Brasile c’era il progetto di creare una nazione, un popolo, attraendo migranti europei che occupassero gli spazi vuoti. Insomma, da una parte c’era il desiderio di un popolo migratorio ad avere accesso alla terra, producendo in maniera autonoma, dall’altra un gruppo dirigente con degli interessi ad attrarre popolazioni “bianche”».
Come si è sviluppato il fenomeno?
«Dai governi latino-americani venivano inviate in Veneto anche persone chiamate a fare propaganda. Spesso è avvenuto che frazioni e paesi interi si siano trasferiti dall’altra parte dell’oceano, prete compreso. Si associa sempre molto il tema dell’emigrazione al sud Italia, ma il primo boom è accaduto al nord. Non tutto il Veneto è partito in modo omogeneo: nel Bellunese, ad esempio, il fenomeno è stato più consistente che nel Trevigiano o nella terraferma veneziana».
La partenza, una necessità?
«Non direi. Piuttosto un progetto economico e di ascesa sociale, tra accesso alla terra e miglioramento della qualità della vita».
I veneti hanno portato qualcosa di sé, in Brasile? Usi, tradizioni
«In verità si sono dovuti più che altro adattare, trovandosi in terre distribuite dal governo con una vegetazione del tutto diversa da quella che conoscevano. È pur vero che alcune tradizioni sono state adattate al nuovo ambiente: dalla comparsa di alcuni capitelli, nella natura, dedicati al santo della propria parrocchia d’origine, fino al tradizionale filò, caratterizzato, in Veneto, da incontri serali in stalla raccontando storie e svolgendo lavori manuali. Essendo in Brasile meno freddo, dalla stalla si è passati alla cucina e al salotto: un evento di socialità, in cui parlare della settimana e leggere le lettere arrivate dall’Italia».
Quale la panoramica attuale?
«L’emigrazione veneta esiste tuttora, ma le destinazioni scelte dagli italiani, oggi, sono soprattutto europee: Germania, Inghilterra, Spagna…Mete a cui si affiancano gli Stati Uniti. Il Sudamerica, per motivi economici, non è più un luogo così tanto ambito come un tempo».
Il desiderio di rientrare in Italia è qualcosa di concreto?
«Direi piuttosto che, a partire dagli anni’90, nelle comunità migranti è emersa molto una sensazione di appartenenza: il sentirsi parte di una realtà “altra” rispetto alla nazione in cui si è ubicati. E questo aspetto si è espresso anche attraverso le feste di famiglia, una vera e propria rievocazione dell’antenato migrante. Un altro fenomeno che vedo cresciuto è quello del “turismo delle radici”, connesso al desiderio di conoscere il Paese di provenienza dei propri avi».
Nel sud del Brasile esiste una koiné dialettale costituita dai migranti
«In parte il numero di persone che la parla si riduce per una questione fisiologica, in parte insiste l’idea (o il mito) che continui ad essere parlata da molti. Che di frammenti, nel quotidiano, ce ne siano ancora».
Ultimo aggiornamento: 11:12
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