Operazione Argan: il boss “attore” e la praticante avvocato che lo aiutava a comandare dal carcere

Si spacciava per legale del Foro di Taranto, ma in realtà era solo una praticante di 35 anni senza alcuna abilitazione. Eppure, secondo quanto emerso dall’operazione “Argan” condotta all’alba di oggi dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Taranto, la donna sarebbe stata il “ponte” necessario tra il boss detenuto e il mondo esterno.
Il ruolo della praticante e i “pizzini” a Borgo San Nicola
Tra i numerosi reati contestati nell’inchiesta, spicca l’esercizio abusivo della professione forense a carico della 35enne di Pulsano. La donna, pur non avendo mai superato l’esame di Stato, sarebbe riuscita ad accreditarsi come difensore di fiducia di un 54enne vertice del gruppo criminale.
Sfruttando questa qualifica fittizia, aveva libero accesso alla casa circondariale di Lecce. Secondo gli inquirenti, quegli incontri in carcere non servivano a preparare una linea difensiva, bensì a veicolare comunicazioni e disposizioni gerarchiche sotto forma di “pizzini”, eludendo i controlli di sicurezza e garantendo la continuità operativa del clan nonostante la detenzione del capo.
L’attore da Oscar: la finta invalidità del boss
Un dettaglio grottesco emerge dalle intercettazioni riguardo alla gestione della detenzione da parte del 54enne. L’uomo avrebbe simulato per anni gravi patologie invalidanti per ottenere benefici penitenziari e il trasferimento ai domiciliari.
“Io l’Oscar devo vincere”, diceva alla compagna vantandosi delle sue doti attoriali, aggiungendo: “Dentro l’ambulanza stavo come uno storpio”.
La stessa compagna lo definiva con orgoglio un “attore nato”. Un piano che gli avrebbe permesso di continuare a impartire ordini dalla propria abitazione, utilizzando la donna come organizzatrice di incontri con le vittime in luoghi pubblici apparentemente insospettabili.
Vittime “educate” e il muro dell’omertà
Le indagini hanno svelato un clima di profondo assoggettamento. Il clan definiva “persone educate” quegli imprenditori che cedevano alle richieste estorsive senza protestare. L’omertà, però, era spesso figlia della disperazione.
Significativi due episodi citati dagli inquirenti:
Un imprenditore, a cui era stata incendiata l’auto, ha preferito dichiarare ai Vigili del Fuoco un inesistente guasto meccanico piuttosto che denunciare il clan.
Un altro costruttore edile, intercettato mentre parlava con un conoscente, sfogava la sua frustrazione con una frase che sintetizza il dramma del territorio: «Questi mi stanno togliendo la vita».
L’operazione “Argan” ha smantellato un sistema criminale complesso, dove la manipolazione delle regole legali e la finzione clinica erano strumenti tanto affilati quanto le minacce e le ritorsioni fisiche.
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