«Noi ucraine sopravvissute alle torture. Prima l’elettroshock e poi gli stupri»

«Noi ucraine sopravvissute alle torture. Prima l’elettroshock e poi gli stupri»

sabato 13 dicembre 2025di Laura Pace

«Noi ucraine sopravvissute alle torture. Prima l'elettroshock e poi gli stupri»

«Mi hanno detto di spogliarmi. Faceva freddo, sotto zero. Ero nuda, in piedi sulle piastrelle». Olena ha poco più di trent’anni, viene dal sud dell’Ucraina. È stata arrestata nel 2022, nei primi mesi dell’occupazione russa nella regione di Kherson e lì è diventata una prigioniera. La sua voce oggi è ferma solo in apparenza. «In realtà dice io non sapevo se sarei uscita viva da quella stanza, pensavo che sarei morta lì». La “stanza”, come la chiama lei, era un’aula di una ex scuola requisita dalle truppe russe e trasformata in centro di detenzione improvvisato. Succedeva spesso, racconta: edifici civili riconvertiti in camere di tortura subito dopo l’ingresso delle truppe. «La prima volta che ho provato sulla pelle l’elettroshock sono arrivati in gruppo, tutti uomini, hanno chiuso la porta. Poi hanno iniziato a ridere». Olena racconta che le hanno legato i polsi, collegato fili elettrici alle gambe, «anche ai genitali», e girato la manovella di un vecchio telefono da campo sovietico. «L’elettricità entrava nel corpo a ondate. Ti faceva perdere il senso del tempo. Ti faceva desiderare di morire». Non era un interrogatorio spiega. Era un messaggio. «Mi dicevano che non serviva parlare. Dovevo solo imparare chi comandava». Una violenza che non aveva lo scopo di ottenere informazioni, ma di spezzare.

LA PAURA

Ma Olena non è l’unica. Le testimonianze si sovrappongono, città dopo città, anno dopo anno. Alcune risalgono al 2014 con l’occupazione del Donbass da parte dell’esercito russo; altre dopo l’invasione della Russia in Ucraina a partire da febbraio 2022. È in quei mesi che le strutture di detenzione illegale si moltiplicano. C’è Iryna, arrestata e detenuta nel centro di detenzione preventiva di Starobilsk, nella regione di Luhansk. «Ci facevano denudare per le “ispezioni”», racconta. «Dicevano che cercavano oggetti proibiti. In realtà ci toccavano ovunque. Con le mani. Con la canna del fucile». Poi le minacce, ripetute, rituali: «Se non collabori, ti stupriamo in gruppo.

La paura più grande non era il dolore dice ma l’attesa. Sapere che poteva succedere. In qualsiasi momento». Accanto alle donne, ci sono anche gli uomini. Come Oleksiy oggi attivista, arrestato a Kherson nel 2022. «Sono entrati in casa armati. Hanno iniziato a picchiarmi subito. La mia famiglia era dietro il muro e sentiva tutto, anche quando m,i hanno portato via». Oleksiy viene spedito in una struttura di detenzione nella sua stessa città. «Funzionava giorno e notte. Centinaia di civili passavano di lì». Racconta pestaggi continui, immersioni forzate in acqua, elettroshock. «Usano sempre lo stesso strumento». È lo stesso telefono da campo sovietico citato da decine di testimoni, presente racconta l’uomo in ogni unità russa entrata nella regione. Le torture avvenivano ovunque: scantinati, stazioni di polizia, scuole, colonie penali, edifici amministrativi. Luoghi civili trasformati in macchine di annientamento.

LA VIOLENZA

Quelle di Olena, Iryna, Oleksiy non sono storie isolate. Sono frammenti di un sistema. Le Ong ucraine e internazionali hanno documentato almeno 176 luoghi di detenzione illegale, oltre 5.000 testimonianze di torture, 6.380 prigionieri di guerra rimpatriati. In un’indagine recente condotta su 54 sopravvissuti in cinque regioni ucraine, 26 donne hanno denunciato violenze sessuali, 4 stupri accertati. Numeri che gli investigatori definiscono «solo la punta dell’iceberg». «Molte non parlano», spiega Iryna Dovhan di Sema Ukraine, organizzazione impegnata nel sostegno delle donne ucraine che sono state vittime di violenza nelle zone di conflitto e nelle prigioni russe «Vivono vicino al fronte, in piccoli villaggi. Hanno paura del giudizio, delle ritorsioni. Il silenzio è parte della tortura». La violenza sessuale non è casuale, né episodica. «È uno strumento di guerra», dice Maryna Mukhina dell’Ong Iphr. «Serve a distruggere l’identità, a spezzare il corpo e la memoria. Quando diventa sistematica, è un crimine contro l’umanità». Di tutto questo si è parlato ieri al Senato della Repubblica, nella Sala Caduti di Nassirya, durante la conferenza promossa dal senatore Dem Filippo Sensi. Sul tavolo: testimonianze dirette, dati, documenti. E un monito netto. «Non possiamo accettare amnistie per questi crimini di guerra da parte dei russi», ha detto Eleonora Mongelli, vicepresidente della federazione italiana diritti umani. «Sarebbe la legalizzazione del male».

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Ultimo aggiornamento: 10:35
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