Roberta Bruzzone in teatro con Amami da morire: la trappola di un amore tossico

Roberta Bruzzone in teatro con “Amami da morire”: la trappola di un amore tossico

La criminologa questa sera in scena al teatro Apollo di Lecce con lo spettacolo “Amami da morire”. I temi: violenza di genere, manipolazione psicologica e falsi miti

Roberta Bruzzone in teatro con "Amami da morire": la trappola di un amore tossico
di Francesca SOZZO
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venerdì 12 dicembre 2025, 08:37 – Ultimo aggiornamento: 17:54

Manipolazione psicologica, violenza di genere, legami tossici sono i temi dello spettacolo teatrale “Amami da morire” della criminologa Roberta Bruzzone. Quando insomma una relazione diventa una trappola mortale.

Dottoressa, lei torna a Lecce il 12 dicembre al teatro Apollo con “Amami da morire”. Il titolo dice tutto: ma non ci hanno sempre detto che l’amore è semplice e rende felici?

«Il problema è che ci hanno creato aspettative sbagliate. Il mio spettacolo mira proprio a demolire la visione romantica dell’amore tormentato, passionale e travolgente. Spiega la differenza tra una relazione sana e una relazione basata su dinamiche manipolatorie. Ci hanno raccontato l’amore in un modo, ma ce l’hanno inoculato in un altro. Ci hanno fatto credere che l’amore comporti sofferenza, sacrificio e dolore. In realtà l’amore non porta affatto con sé questi elementi, ma alle donne questo messaggio è stato trasmesso in modo sistematico fin dalla tenera età. Per questo motivo molte donne sono più propense ad accettare relazioni frustranti, dolorose, angosciose e umilianti: è stato insegnato loro che “amare” significa “sacrificarsi”. Inoltre è stato trasmesso il modello secondo cui il valore di una donna sarebbe legato alla presenza di un uomo nella sua vita. Per molte, essere in coppia significa “essere qualcuno”, avere un’identità sociale. Questi fattori portano a tollerare relazioni disfunzionali. Nel mio spettacolo affronto direttamente i miti da sfatare e i meccanismi che attivano una relazione tossica: come si comportano i manipolatori, quali sono le condotte tipiche, cosa bisogna osservare e riconoscere, incluso il cosiddetto love bombing, che se non lo riconosci ti travolge».

Come si fa a riconoscere questi segnali che spesso dalle possibili vittime vengono giustificati ma che agli occhi degli altri risultano “borderline”?

«È difficile sintetizzare, ma esistono indicatori specifici che permettono di valutare se si è dentro una relazione non sana. Nel mio spettacolo li esplicito tutti».

Chi può aiutare le donne?

«Le donne possono aiutare le donne, ma ogni donna deve diventare più consapevole. Sperare che l’aiuto arrivi sempre dall’esterno è pericoloso. Il mio obiettivo è proprio questo: rendere ogni donna consapevole. È l’arma più potente che esista».

Le relazioni non sane riguardano anche i rapporti familiari?

«Nel mio spettacolo il focus è sulle relazioni affettive, ma le regole e gli indicatori che illustro possono essere applicati a ogni tipo di relazione. Quindi sì: anche rapporti tra madre e figlio, fratelli, sorelle, contesti di lavoro. Non c’è una reale differenza. I manipolatori funzionano sempre allo stesso modo: il legame dà loro potere. Bisogna capire quando quel legame diventa per loro uno scettro del potere. E imparare a togliere loro quello scettro».

Favorevole o contraria all’educazione sessuo-affettiva a scuola?

«Sono favorevole quando temi come questi vengono trattati in modo adeguato, incisivo e affidati a persone capaci di affrontarli in modo coinvolgente. Ma non so quanto questi requisiti siano realmente soddisfatti: bisogna vedere quali programmi verranno proposti, i contenuti e a chi saranno affidati. È un’iniziativa positiva, ma anche un tema complesso. E non credo che possa essere la soluzione definitiva. Pensare di risolvere le problematiche legate alla violenza di genere e a tutte le questioni sociali, culturali e valoriali di stampo patriarcale con qualche ora di educazione affettiva a scuola mi sembra una prospettiva ingenua, volendo essere generosi».

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