Puglia, ospedali bocciati ma le eccellenze non mancano. Ma pochi soldi

17 dicembre, 14:05
Al netto degli errori gestionali e politici degli ultimi 20 anni, se tra i 15 ospedali al top della classifica Agenas non c’è traccia di una struttura del Sud è anche l’effetto di una sperequazione storica nella distribuzione del fondo sanitario nazionale tra le Regioni. Il Sud, lo dicono i dati certificati dalla Corte dei Conti, ha ricevuto meno soldi rispetto al Nord negli ultimi tre decenni. La Puglia, ad esempio, rispetto all’Emilia Romagna ha ricevuto circa 250 milioni in meno ogni anno. Nonostante tutto, le eccellenze non mancano e Agenas ne conta almeno 13 sparse tra il Salento e il Foggiano. Reparti che non hanno nulla da invidiare a quelli del nord: dalle cardiologie del Miulli, del Riuniti di Foggia e di Casa di Cura di Lecce, passando per le Chirurgie oncologiche del Panico di Tricase e del Perrino di Brindisi, sino alle Ortopedie del San Paolo di Bari o dell’ospedale di Copertino. Per citarne solo qualcuna. Reparti dove l’assistenza raggiunge picchi importanti.
I soldi a disposizione
Tutto questo nonostante i meno soldi che dal 2009 in poi la Puglia ha ricevuto rispetto a regioni del centro-nord. Il motivo? L’applicazione di un unico criterio nella suddivisione del fondo, quello della spesa storica, superato (non totalmente) soltanto negli ultimi tre anni.
Qualche esempio, numeri alla mano: nel quinquennio 2015-2020, le due Province Autonome di Trento e Bolzano e la Lombardia sono stati i territori in cui la quota di finanziamento del fabbisogno sanitario è cresciuta maggiormente, rispettivamente + 2,7%, + 2,5% e + 2,1% medio annuo. Mentre mediamente il fondo sanitario nazionale, nello stesso periodo, è aumentato dell’1,7%, l’incremento al Sud è stato più limitato: 0,8% per la Basilicata, +1,2% per la Campania, +1,3 per l’Abruzzo, +1,4% per la Sicilia e il Molise, +1,5 per la Puglia e per la Calabria. Tutte al di sotto della media nazionale. Questi dati includono anche le somme trasferite da Roma alle Regioni per affrontare le spese legate all’emergenza Covid-19 tra il 2020 e il 2021.
Ma anche al netto dei finanziamenti per la pandemia, le Regioni del Sud hanno visto lievitare la propria quota in maniera inferiore rispetto al resto d’Italia: infatti, mentre il fondo sanitario nazionale dal 2015 al 2020 è aumentato dell’1%, per il Mezzogiorno l’incremento è stato più contenuto. Al netto del Covid, la Basilicata, ad esempio, in cinque anni ha goduto di appena lo 0,1% in più; Campania e Abruzzo +0,6%; Molise e Sicilia +0,7%; Calabria +0,8%, Puglia +0,9%. Dall’altra parte, la provincia di Trento ha visto crescere la propria fetta del 2,1%; la provincia di Bolzano dell’1,9%; la Lombardia dell’1,5%; Veneto +1,3%; l’Emilia Romagna dell’1,2%; la Valle d’Aosta dell’1,1%; Toscana e Piemonte +1%.
La spesa
I nuovi criteri, solo parzialmente, hanno mitigato gli effetti nefasti dell’applicazione tout court della spesa storica. In sostanza, rispetto al passato adesso l’85% delle risorse è suddiviso attraverso la pesatura per età della popolazione, mentre il restante 15% è ripartito sulla base della popolazione residente riferita al primo gennaio dell’anno precedere. È stato inserito nel riparto anche un maggiore peso (1,5%) in funzione dei tassi di mortalità della popolazione sopra i 75 anni, in funzione delle condizioni socioeconomiche dei territori (povertà relativa individuale, livello di bassa scolarizzazione, tasso di disoccupazione). Il trend è stato invertito ma solo dopo almeno tre decenni di forte sottodimensionamento dei fondi per il Mezzogiorno. Il gap, quindi, non è stato colmato. Ancora qualche altro dato: dal 2012 al 2017, nella ripartizione del fondo sanitario nazionale, sei regioni del Nord hanno aumentato la loro quota mediamente del 2,36%; altrettante regioni del Sud, invece, già penalizzate perché beneficiare di fette più piccole della torta dal 2009 in poi, hanno visto lievitare la loro parte solo dell’1,75%, oltre mezzo punto percentuale in meno. Tradotto in euro, significa che, dal 2012 al 2017, Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Toscana hanno ricevuto dallo Stato circa un miliardo in più (per la precisione 944 milioni) rispetto ad Abruzzo, Puglia, Molise, Basilicata, Campania e Calabria. Ecco come è lievitato il divario tra le due aree del Paese: mentre al Nord sono stati trasferiti 1,629 miliardi in più nel 2017 rispetto al 2012, al Sud sono arrivati soltanto 685 milioni in più. Questi numeri, certificati dalla Corte dei Conti nella relazione sulla gestione finanziaria dei servizi sanitari regionali, aiutano a comprendere come il criterio della spesa storica abbia prodotto forti disparità.
Un più equo meccanismo di attribuzione delle risorse avrebbe permesso alla Puglia di ricevere, mediamente, 250 milioni in più all’anno: è la cifra che l’Emilia Romagna, a parità di popolazione, ha incassato in più dal 2005 ad oggi. In circa 13 anni l’Emilia ha incassato 3 miliardi in più rispetto alla Puglia, a quasi parità di popolazione.
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