Fuga di cervelli, c’è un’inversione di rotta. Cina, Canada ed Europa le nuove mete

La campagna per strappare il primato nella ricerca e nell’innovazione agli Stati Uniti è iniziata molto prima dell’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca.

La Cina da anni sta cercando di attirare i migliori scienziati e laureati, promettendo risorse e centri di ricerca che normalmente avrebbero potuto trovare solo negli Stati Uniti. Ora anche l’Europa e il Canada stanno usando una strategia simile, approfittando dello scontro tra l’amministrazione Trump e le università americane e delle nuove regole sui visti che restringono molto le possibilità per studenti e ricercatori. Il cosiddetto brain drain (la fuga di cervelli) sta così invertendo rotta, dopo anni in cui soprattutto l’Europa e la Cina perdevano talenti a favore degli Stati Uniti. Sta cercando di approfittarne anche il Canada: ha appena investito 1,7 miliardi di dollari canadesi (poco più di un miliardo di euro): alcuni accademici statunitensi hanno già scelto di trasferirsi, mentre le università canadesi intensificano il reclutamento e il governo introduce percorsi di immigrazione accelerati per talenti scientifici.

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I PRIMI TRASFERIMENTI

Per ora solo un piccolo gruppo di professori ha deciso di trasferirsi in Canada: tra questi tre accademici di Yale, in particolare Jason Stanley, noto per i suoi studi sul fascismo, che aveva annunciato lo scorso aprile il suo spostamento per «il cambio nel clima politico». Più di recente, l’Università di Toronto ha rafforzato il proprio prestigio accademico attirando studiosi di primo piano dagli Stati Uniti: due professori del Mit, esperti in Scienze planetarie ed Economia, e l’economista Mark Duggan, in arrivo da Stanford. Duggan assumerà la direzione della Munk School of Global Affairs & Public Policy, istituto canadese spesso paragonato alla Kennedy School di Harvard per il suo ruolo nella formazione delle élite politico-amministrative. Ma oltre alle storie di singoli insegnanti e studenti, i numeri sono molto chiari. Secondo un’analisi della rivista Nature, che ha esaminato i dati provenienti dalla propria piattaforma dedicata alle offerte di lavoro, molti ricercatori statunitensi hanno iniziato a guardare all’estero per nuove opportunità. E da quando Trump ha iniziato il suo mandato, l’interesse per posizioni in altri Paesi è aumentato: il Canada ha registrato un aumento del 41%, l’Europa del 32%, la Cina del 20% e altri Paesi asiatici del 39%.

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L’altro grande problema sono i tagli ai fondi: sempre secondo Nature, il 75% dei ricercatori americani sta pensando di lasciare il Paese a causa della diminuzione dei finanziamenti. A maggio la Commissione europea ha presentato il programma Choose Europe for Science: entro il 2030, gli Stati membri saranno chiamati a destinare il 3% del Pil a ricerca e sviluppo. Come parte di questa strategia, tra il 2025 e il 2027 verranno stanziati 500 milioni di euro per attrarre in Europa specialisti di alto livello in diversi settori del sapere. Anche la Cina sta cercando di approfittarne: negli ultimi mesi, un numero crescente di ricercatori di alto profilo ha scelto di lasciare gli Stati Uniti per trasferirsi in Cina. Tra loro figurano un fisico nucleare di Princeton, un ingegnere meccanico coinvolto nei progetti Nasa sulla produzione nello Spazio, un neurobiologo dei National Institutes of Health, matematici di fama e oltre una decina di esperti di intelligenza artificiale. Secondo un conteggio della Cnn, sono almeno 85 gli scienziati che dall’inizio del 2024 hanno accettato incarichi a tempo pieno presso istituti di ricerca cinesi, con più della metà dei trasferimenti avvenuti nel 2025. Oltre ai ricercatori ci sono anche gli studenti e i lavoratori stranieri, che Elon Musk, ex alleato di Donald Trump, ha di recente definito fondamentali per l’avanzamento degli Stati Uniti.

A settembre l’amministrazione Trump ha annunciato l’aumento dei costi per la richiesta dei visti H-1b, quelli dedicati ai lavoratori stranieri con capacità o competenze superiori alla media. Adesso la procedura richiede il pagamento di 100.000 dollari, nonostante alcuni stati democratici abbiano già fatto causa. Circa il 70% dei lavoratori che entra in Usa con questo visto proviene dall’India e proprio Musk di recente ha ricordato che gli Stati Uniti «hanno tratto benefici enormi» dagli ingegneri indiani. Lo stesso Donald Trump ha cambiato posizione rispetto alla campagna elettorale, quando aveva attaccato anche i lavoratori e gli studenti stranieri: «Amo i miei amici conservatori. Amo il movimento Maga», ha detto Donald Trump durante il suo intervento all’U.S. – Saudi Investment Forum presso il Kennedy Center. «Ma questo è Maga: quelle persone ci insegneranno a produrre microchip, e in poco tempo la nostra gente farà grandi cose». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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