Paolo Simoncelli parla di suo figlio Marco con una lucidità che non attenua il dolore. A quattordici anni dalla morte del pilota, avvenuta in pista nel 2011, la ferita resta aperta, intrecciata alla memoria, alla rabbia e a un amore che non ha trovato pace. Marco non è solo un ricordo: è una presenza quotidiana, concreta, che continua ad abitare la casa e la vita dei genitori.
«Le ceneri sono in camera sua.
Non è cambiato niente, dorme ancora lì», racconta Paolo al Corriere della Sera. Marco è ancora lì anche nei sogni: «È normale», dice il padre, che però preferisce non rivelare cosa il figlio gli dica in quelle notti sospese.
Il dolore per la perdita si accompagna a una rabbia mai sopita. Paolo Simoncelli non ha mai nascosto di essere arrabbiato con Dio. «Sì, sono proprio incazzato. È distratto, dovrebbe stare più attento. Succedono cose che fanno troppo male, i genitori non dovrebbero mai sopravvivere ai figli». Una rabbia che non trova consolazione nemmeno nella fede, ma che si stempera nella consapevolezza di aver fatto tutto il possibile per rendere felice Marco. «Il destino di Marco era questo. Io e mia moglie abbiamo fatto di tutto affinché fosse felice, ed è morto mentre faceva una cosa che lo rendeva felice».
«Il mio rimpianto di non averlo fermato»
C’è però un momento che Paolo continua a rivivere come un rimpianto impossibile da scacciare. È l’ultimo, sulla griglia di partenza in Malesia. «Solo uno, quell’asciugamano del c… che Marco teneva in testa al contrario». Un dettaglio, per chi guarda da fuori. Un segnale, per chi vive di corse e di presagi. «Quando andai a vedere la gara mi arrivò addosso un vento gelido che sapeva di morte. Mi sono detto: “ca… lo vado a fermare”». Ma non c’era più tempo. «Per cinque minuti, fino all’incidente, ho sentito che c’era qualcosa che non quadrava».
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