Luisa Tosi, la maestra che portò l’educazione sessuale a scuola. «Quelle domande le desideravo forse, e un po’ le temevo»

Luisa Tosi, la maestra che portò l’educazione sessuale a scuola. «Quelle domande le desideravo forse, e un po’ le temevo»

L’esperienza di Luisa Tosi in “Le Maestre della Repubblica”, il seminario che Istresco e lo Spi Cgil dedicano alle figure che, nel secondo dopoguerra, hanno traghettato la scuola italiana da un modello autoritario a un progetto democratico.

mercoledì 10 dicembre 2025di Alfredo Baggio

Luisa Tosi, la maestra che portò l’educazione sessuale a scuola. «Quelle domande le desideravo forse, e un po’ le temevo»

TREVISO – Nelle settimane in cui l’Italia si interroga nuovamente, e con toni spesso ultimativi, su cosa debba davvero significare educare all’affettività e alla sessualità, una storia del passato riporta luce sul tema.

Viene dalle aule elementari del Trevigiano, negli anni in cui il Belpaese stava imparando la democrazia e la scuola cercava il proprio passo dentro una società ancora timida nel nominare il corpo, il desiderio, la nascita. La protagonista è una maestra, Luisa Tosi, che nel suo chiassoso laboratorio quotidiano, l’aula, aveva capito che non c’è nulla di più politico del modo in cui si risponde a una domanda di un bambino. È il 1963, Tosi scrive sul bollettino di “Movimento Cooperazione Educativa”, racconta le sue riflessioni su una discussione in classe. Si parla di ricci e i porcospini, di mammiferi, e lei immagina come potrebbe rispondere alle domande “scomode” degli alunni. «Quelle domande le desideravo forse, e un po’ le temevo». Ma il pudore non la paralizza. La obbliga a interrogarsi: quanto dire, come dirlo, fino a dove accompagnare l’intuizione dei bambini senza forzarla, senza cedere né all’imbarazzo né alla tentazione dell’adulto di mostrarsi più disinvolto di quanto non sia. Pochi anni dopo, in una prima elementare, intercetta un biglietto: un invito “sul pagliaio”. Piccole innocenze contaminate, diremmo oggi; un tempo si parlava piuttosto di precoce malizia. Tosi lo legge come un segnale d’allarme diverso: non la trasgressione, ma la solitudine. I bambini conoscono parole e gesti che gli adulti fingono di non sapere. E allora l’insegnante, invece di alzare muri, prepara quaderni, appunti, si confronta con i colleghi, strumenti per dire l’essenziale senza ferire, senza sradicare la spontaneità ma neppure lasciarla in balia del non detto.

IL SEMINARIO

Oggi, mentre il dibattito pubblico si muove tra invettive e semplificazioni, la vicenda di questa maestra trevigiana torna al centro grazie a “Le Maestre della Repubblica”, il seminario che l’11 dicembre (alla mattina al liceo Duca degli Abruzzi e nel pomeriggio, dalle 16.30, all’auditorio Cgil di via Dandolo) l’Istresco e lo Spi Cgil dedicano alle figure che, nel secondo dopoguerra, hanno traghettato la scuola italiana da un modello autoritario a un progetto democratico. Un invito a rileggere la storia da un angolo preciso, quello delle donne che hanno costruito la Repubblica attraverso il lavoro educativo, spesso nell’ombra, senza proclami, ma con un rigore morale che oggi appare quasi rivoluzionario. Luisa Tosi fu una di queste. Studiò da adulta, laureandosi a 37 anni senza che la famiglia se ne accorgesse – testimonianza di un’emancipazione solitaria, la sua e quella di molte donne che per prime ricercarono un’educazione superiore. Nei suoi appunti si legge la fatica, il dubbio, la convinzione che “insegnare” sia il contrario di “avere certezze”: è piuttosto saper navigare nella zona grigia in cui ciascuna domanda infantile è un varco, non un fastidio. Accanto a lei, il seminario ricorda altre maestre che trasformarono la scuola in un laboratorio civico: Marcella Dallan, che veniva dal fuoco della Resistenza; Rina Letizia Lorenzon, un’altra staffetta partigiana che aveva toccato con mano la fragilità umana; Maria Marconi, che fece della cooperazione educativa un gesto politico; Rita Zanini, che insegnò la storia locale come forma di appartenenza consapevole.

Ultimo aggiornamento: 14:17
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