Le giornate di sciopero di venerdì e sabato scorso, proclamate rispettivamente dalla CGIL e dalla CISL, hanno posto al governo, seppure con accenti diversi, alcune questioni di specifico interesse per i lavoratori dipendenti, pubblici e privati. In particolare la questione dei bassi livelli salariali e la connessa questione fiscale, cioè di chi debba finanziare gli investimenti e la spesa sociale. Vi erano anche evidenti differenze fra le due piattaforme, non solo nelle priorità ma soprattutto nell’approccio: più conflittuale e rivendicativa quella della CGIL; concertativa e propositiva quella della CISL. Il tema dei bassi livelli salariali è un tema rilevante nel nostro paese e spiega, almeno in parte, l’esodo dei giovani laureati cui stiamo assistendo da almeno un decennio. Alla radice vi è il basso livello di produttività del lavoro, sia nel settore pubblico sia in quello privato. Gli investimenti e le riforme previsti nel PNRR avevano come obiettivo principale proprio la crescita della produttività, da cui possono poi scaturire gli incrementi retributivi. Che vi sia una relazione fra produttività e retribuzioni è evidente. Gli economisti si dividono sulla direzione di causalità. Per alcuni occorre agire in primo luogo sull’aumento delle retribuzioni in modo da stimolare le imprese verso attività, tecnologie e modelli organizzativi che aumentano la produttività. Secondo questo approccio il nostro paese si è avvitato in una spirale negativa in cui la competitività basata sui bassi costi del lavoro ha incentivato il permanere di attività a bassa produttività che a loro volta si mantengono competitive attraverso bassi salari. L’approccio alternativo insiste sulla necessità di partire dagli investimenti che consentono di aumentare la produttività, come quelli sulla digitalizzazione e sulla formazione del capitale umano. L’incremento della produttività consentirà quindi di aumentare le retribuzioni. Come è facile intuire, la relazione fra produttività e retribuzioni è complessa e i paesi che hanno avuto maggiore successo in questo ambito sono quelli che hanno utilizzato entrambe le leve: da una parte politiche volte ad incrementare il livello di istruzione e le remunerazioni, così da spingere le imprese ad incrementare la produttività; dall’altro politiche industriali e di investimento finalizzate a orientare le produzioni verso settori a maggior valore aggiunto.
Il nostro paese è stato poco efficace su entrambi questi fronti. Non è quindi un caso che negli ultimi decenni la produttività del lavoro è cresciuta in Italia in misura minore rispetto agli altri paesi industrializzati. Invertire la rotta, ammesso che lo si voglia fare, non è semplice. Le possibilità di incrementare gli investimenti pubblici nell’istruzione o nelle politiche industriali trovano un evidente limite nei vincoli della finanza pubblica determinati dall’elevato rapporto del debito pubblico sul PIL. Agire sulle riforme piuttosto che sugli investimenti comporta comunque costi nel breve periodo e si scontra con la generale avversione al cambiamento che caratterizza il nostro paese. Proprio negli ultimi anni stiamo assistendo ad una crescita dell’occupazione ma non a quella del PIL, con conseguente riduzione della produttività. Questo tema si pone con forza anche nella nostra regione. Il declino del manifatturiero e le prospettive di sviluppo del turismo e delle connesse attività di servizi a basso valore aggiunto prospettano, infatti, lo stesso dilemma. Quello cioè di orientarsi verso attività con bassi livelli di produttività e che alimentano una domanda di lavoro con bassi livelli di qualificazione e, di conseguenza, basse retribuzioni. L’alternativa sarebbe di puntare con decisione verso attività e settori ad alto valore aggiunto e al contempo elevare il livello di istruzione e qualificazione del capitale umano. Alternativa non semplice non solo per i vincoli di finanza pubblica prima richiamati ma anche perché in un paese che sta rapidamente invecchiando non è facile trovare consenso per politiche che richiedono forti cambiamenti strutturali e che sono orientate ad ottenere risultati nel lungo termine piuttosto che ad affrontare le difficoltà del momento.
*Docente di Economia Applicata all’Università Politecnica delle Marche
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