PORTO RECANATI «Sì sì, siamo soddisfatti», poi l’uscita veloce dal tribunale per tornare ad Ancona in un pomeriggio carico di bruma e pensieri. La mamma e i tre fratelli di Cameyi Moshammet, la ragazzina bengalese uccisa a soli 15 anni il 29 maggio del 2010 a Porto Recanati, da quella data aspettano ancora giustizia e ieri è stato compiuto un passo avanti verso l’accertamento della verità dopo anni di stasi.
La decisione
Ieri infatti il giudice dell’udienza preliminare del tribunale di Macerata Giovanni Maria Manzoni ha disposto il rinvio a giudizio per Monir Kazi, l’ex fidanzatino della vittima, connazionale oggi 35enne, accusato di omicidio volontario (il reato di occultamento di cadavere è ormai prescritto) e il 25 marzo 2026 è la data fissata per l’apertura del processo in Corte d’Assise a Macerata. È la seconda volta, già ad aprile del 2022 si sarebbe dovuto aprire il processo ma un vizio di forma fece regredire il procedimento all’udienza preliminare e da allora si è andati avanti di rinvio in rinvio.
La storia
Cameyi era una studentessa bengalese che viveva con la sua famiglia ad Ancona. La mattina del 29 maggio 2010 uscì di casa per andare a scuola dove però non arrivò mai. Le telecamere di videosorveglianza la ripresero in stazione con il fidanzatino Monir Kazi, insieme raggiunsero Porto Recanati per poi andare verso l’Hotel House dove Monir, all’epoca 20enne, viveva. I cellulari di entrambi agganciarono la cella che copre la zona del maxi condominio multietnico ma alle 12.54 il telefonino di Cameyi si spense (o fu spento). Otto anni di buio poi nel 2018, a poche decine di metri dall’Hotel House, in un pozzo interrato, furono trovati in modo del tutto fortuito alcuni resti della 15enne. Per la procura a uccidere la minore fu Monir che nel frattempo era tornato nel suo Paese d’origine. Dopo il rinvio a giudizio, ad aprile 2022 si sarebbe dovuto aprire il processo in Corte d’Assise ma il difensore d’ufficio dell’imputato, l’avvocato Marco Zallocco, fece notare che l’avviso di fissazione dell’udienza preliminare era nullo perché non c’era la prova che il giovane ne fosse a conoscenza. Da lì il procedimento regredì alla fase dell’udienza preliminare impantanandosi in una spirale di notifiche in Bangladesh cadute nel vuoto o viziate da irregolarità. Negli anni è cambiato anche il gup, l’ultimo, Manzoni, ha segnato la svolta: ha convocato in aula un interprete e chiamato direttamente l’imputato in Bangladesh comunicandogli del procedimento in corso a Macerata a suo carico. Il difensore Zallocco ha eccepito che non ci fosse la certezza né del fatto che il numero fosse dell’imputato né che a rispondere fosse effettivamente lui seppur l’uomo al telefono si fosse qualificato come Monir Kazi, ma il gup ha ritenuto valide le notifiche e disposto il rinvio a giudizio. Esito accolto con soddisfazione dai familiari di Cameyi, dal loro legale Luca Sartini e dal legale Marco Vannini, anche lui parte civile per l’associazione Penelope Marche.
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