Lucilla Di Ianni ha il marito di 76 anni, affetto da Alzheimer, ricoverato in una Rsa di Ancona. Il suo intento non è fare polemica, ma offrire il quadro di ciò che ogni giorno affrontano le famiglie.
Cosa si nasconde dietro ai numeri?
«Il punto è semplice: le rette aumentano, ma la qualità dell’assistenza rischia di restare al minimo. E la differenza la colmano le famiglie, pagando extra o integrando privatamente».
Non solo liste d’attesa, dunque, si parla anche di costi. Quanto paga oggi una famiglia?
«La retta è divisa tra una quota sanitaria a carico della Regione e una quota alberghiera a carico del paziente. Noi paghiamo intorno ai 60 euro al giorno, ma i nuovi ingressi sono sui 62 e si va verso i 65. Con la stanza singola si arriva anche a 80 euro al giorno. A questi costi si sommano le spese extra».
Cosa significa, nel quotidiano, “assistenza minima” in un reparto demenze?
«Significa che ci sono minuti stabiliti per l’assistenza, ma nella vita reale sono insufficienti. Per le Rsa demenze si parla di circa 100 minuti al giorno di operatore sociosanitario: per un malato di Alzheimer è poco. La fisioterapia è prevista per circa 10 minuti al giorno, spesso in gruppo per riuscire a coprire tutti, ma così diventa meno personalizzata. Con 20-24 pazienti per reparto e due educatori, è inevitabile che si lavori di fretta. Anche gli infermieri hanno tempi molto stretti, sono pochi e fanno il possibile. Quello che viene a mancare è l’attenzione al paziente, la personalizzazione delle cure».
Come corrono ai ripari le famiglie?
«Chi se lo può permettere paga badanti o fisioterapisti privati che vanno ad operare direttamente in Rsa. Costi che si aggiungono a quelli della struttura. E che spesso diventano insostenibili».
Sono le spese che lei ha definito extra?
«Non solo. Ci sono quelle per i pannoloni perché il servizio sanitario ne offre gratuitamente solo 60: quindi due al giorno, uno la mattina e uno il pomeriggio. E per la notte? Poi c’è il costo della lavanderia che si aggira sui 90-100 euro al mese. Parrucchiere, farmaci e visite non coperti».
Perché si crea questo scarto tra costo e servizio?
«Perché il sistema poggia su tariffe ormai vecchie, approvate tenendo in considerazione parametri che non sono più realistici. Nel 2013 erano state fissate sulle 45 euro, oggi quelle cifre non reggono più».
Quindi, in concreto, cosa chiede alla Regione?
«Di aggiornare tariffe e standard minimi di assistenza su cui si basa l’accreditamento, vincolando le strutture: gli aumenti devono corrispondere a un maggior servizio».
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