JESI Una trappola per imbrogliare l’impresario di pompe funebre, inducendolo a sborsare 361mila euro per comprare due immobili. È la ricostruzione accusatoria con cui la procura ha dipinto i contorni della frode in cui, nel corso del 2023, era caduto un imprenditore jesino. Una rete fraudolenta che, stando agli inquirenti, avevano tessuto in quattro, finiti l’altro giorno nell’aula presieduta dal gup Francesca De Palma per l’udienza preliminare.
I reati
In tre – tutti residenti a Jesi e di età compresa tra i 48 e i 60 anni – sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di truffa in concorso, uno deve anche rispondere di impiego di denaro di provenienza illecita. Per loro il processo inizierà il 17 marzo 2026. Un quarto imputato, 52enne residente a Chiaravalle, è stato invece assolto. Era l’unico che aveva chiesto di procedere con il rito abbreviato. L’uomo figurava come l’intestatario dei due immobili, siti a Chiravalle, che sarebbero stati proposti all’imprenditore per fargli allargare la sua azienda. La vittima, parte civile con l’avvocato Fabio Tomaiuolo, sarebbe stata alla ricerca di uno spazio extra da destinare al comparto dei fiori. In questo contesto, sarebbe venuto in contatto con il 48enne, attivo nei servizi funebri. Che, a sua volta, gli avrebbe fatto conoscere gli altri imputati.
Un 56enne originario della Calabria si sarebbe qualificato, stando alla versione accusatoria, come il procuratore speciale del proprietario degli immobili, proponendo all’impresario la compravendita di una bottega a Chiaravalle, pur sapendo che il 52enne non ne avesse la piena proprietà. Almeno questo dice la procura, secondo cui per questo affare la vittima era arrivata a versare, come caparra confirmatoria, 210mila euro in dieci assegni e due bonifici. Il 56enne calabrese, poi, avrebbe proposto la vendita del secondo immobile, sebbene non ne avesse la procura dal proprietario. Per la seconda tranche, sempre a titolo di caparra, l’imprenditore avrebbe versato 13 assegni, sui quali al momento non erano stati indicati i beneficiari. Per la procura, erano stati specificati in un secondo momento per essere riscossi da tre dei quattro imputati. Una volta conclusi, i preliminari di vendita sarebbero poi stati annullati, facendo perdere all’impresario i soldi già versati.
Inoltre, sempre secondo la tesi accusatoria che in parte è stata ricostruita dalla Guardia di Finanza, 19mila euro sarebbero stati “riciclati” per oscurare la contestata provenienza illecita del denaro.
I tre imputati rinviati a giudizio (difese degli avvocati Federica Battistoni e Gabriele Cofanelli) respingono tutte le accuse e sono certi di poterle smontare nel corso del dibattimento.
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