Fabio Benvenuto saluta il rugby dopo più di 30 anni: «In questo momento ho bisogno di nuovi stimoli»

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Fabio Benvenuto saluta il rugby dopo più di 30 anni: «In questo momento ho bisogno di nuovi stimoli»

L’ex preparatore fisico e volto del rugby: «Ho iniziato nel 1989 con la Tarvisium, quanti campioni ho visto giocare in campo»

martedì 9 dicembre 2025di Elvis Lucchese

Fabio Benvenuto saluta il rugby dopo più di 30 anni: «In questo momento ho bisogno di nuovi stimoli»

TREVISO – «Con il rugby basta così. Avevo bisogno di stimoli diversi, di situazioni nuove». A 66 anni Fabio Benvenuto rimane un professionista e una persona in cammino, attento ad aggiornarsi quotidianamente «dalle neuroscienze alla psicologia, alla riabilitazione».

I suoi impegni oggi interessano la scherma con l’Aldo Montano Academy di Padova e, soprattutto, il calcio con la sfida di un under 17 composta di giovani sauditi, di stanza a H-Farm. Lascia alle spalle il mondo della palla ovale, di cui è stato protagonista dietro le quinte dal 1989 curando nel tempo la preparazione atletica di Tarvisium, Benetton, Nazionale e Petrarca, esperienza conclusa al termine dalla passata stagione.

GLI INIZI

«Tutto nato un po’ per caso – racconta – modesto atleta, dopo l’Isef ho avuto come maestro il leggendario Carlo Vittori. Ero il tecnico di Rossella Tarolo alle Stiore, dove venivano ad allenarsi i ragazzi della Tarvisium, che avevano appena qualche anno meno di me. Diventiamo amici, mi coinvolgono. La prima stagione è un trionfo, con una esaltante promozione in Serie A1. Alla Tarvisium trovo un ambiente predisposto alla fatica e al sacrificio, e un altro maestro. Arrivavo da uno sport individuale, “Ino” Pizzolato mi fa capire cosa è il rugby, il significato del rigore e della disciplina collettivi».

IL PROFESSIONISMO

Nel 1994 Benvenuto viene precettato dal Benetton. Sono gli anni del passaggio al professionismo e dei grandi dibattiti sul doping. «A persuadere la società fu Valter Cristofoletto. Ebbi il compito di gestire prima dei dilettanti, poi dei “pro” a tutti gli effetti quando il Benetton era un club con vedute innovative. In Europa giocavamo alla pari con tutti. Sul doping i protocolli erano rigorosissimi, tanto che a un ragazzo positivo (Claudio De Rossi, ndr) fu immediatamente rescisso il contratto. Difficile far capire quanto i rugbisti lavorino in palestra. Ci fu un indegno sciacallaggio alla morte di Ivan Francescato. Per qualcuno il suo aumento di peso era sospetto, ma Ivan era un “anabolico naturale”. Parliamo di un ragazzo che non accettava neanche di prendere un banale integratore, non usava neanche il ghiaccio sulle botte perché, diceva, “il ghiaccio lo metto solo nell’Havana Cola”. Sul giocatore più forte non ho dubbi: Brendan Williams portava sempre qualcosa di magico. Quanto a doti atletiche, i fratelli Perziano erano velocisti eccezionali, potenzialmente in grado di raggiungere le Olimpiadi. Nitoglia aveva l’esplosività di un triplista. Sul piano della forza pura, “Kino” Properzi era mostruoso, senza dimenticare Cittadini e Rizzo».

IL BAGAGLIO

Cosa resta dopo trent’anni di rugby? «Ho avuto molto, in primo luogo grandi amicizie, poi le gioie di promozioni e scudetti. Un ambiente splendido per persone e valori, per altro verso anche pieno di retorica. Da parte mia spero di essere riconosciuto come un professionista competente e serio, anche forse ossessivo, nel suo lavoro».

Ultimo aggiornamento: 10 dicembre, 16:54
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