La storia del film di Stanley Kramer con Katherine Hepburn e Spencer Tracy rivive a teatro con Cesare Bocci e Vittoria Belvedere. Indovina chi viene a cena, questo il titolo dello spettacolo diretto da Gugliemo Ferro, sarà in scena alle 20,45 di domani al teatro Feronia di San Severino Marche (info: 0733634369). Tornerà mercoledì e giovedì, alle 20,30 al teatro Ventidio Basso di Ascoli Piceno (0736298770), per poi essere in scena venerdì e sabato alle 21 e domenica alle 17 al teatro dell’Aquila di Fermo (0734284295), per le stagioni dei Comuni e Amat.
Vittoria Belvedere, come si sente a recitare accanto a Bocci, nel ruolo che fu di Hepburn?
«Mi sto divertendo molto. Inizialmente ero spaventata dal confronto con Hepburn. Ma la paura va tolta, altrimenti non farei questo lavoro. Da due mesi e mezzo in tournée si vive quasi come una famiglia. Nel mio personaggio? Ho portato un po’ del mio ruolo privato di madre di tre figli».
Che esperienza è interpretare questo ruolo, da madre anche nella vita?
«Le dinamiche sono le stesse. I giovani corrono, sono preparati su tutto, siamo noi a essere rimasti indietro. Katherine Hepburn nel film era una madre all’avanguardia per quel periodo. Oggi però funziona alla stessa maniera: i matrimoni misti ormai sono accettati, ma ci sono ancora barriere culturali. Il fatto è che noi genitori finiamo per avere paura dell’ignoto, di ciò che non conosciamo, ci chiediamo sempre come sarà il futuro dei nostri figli accanto all’altra persona».
Parlarne a teatro serve per superare questi pensieri?
«Certamente, sono temi purtroppo attuali, come le preferenze sessuali.
Come dicevo è il diverso che spaventa, come la disabilità: ciò che fa paura è non sapere se i figli non saranno felici o cosa penseranno le persone. Noi, che abbiamo reso fedelmente la storia originale di 60 anni fa, cerchiamo di infondere una riflessione, per alleggerire il problema. La gente esce dal teatro con meno pesantezza e più leggerezza per riflettere».
Cosa le piace di più tra tutti i ruoli che fa?
«Interpreto ruoli comici, ma non facili da dare alle donne. Solitamente sono più degli uomini. Pecco di presunzione, forse, ma ritengo di avere la mia vena comica e di far ridere. Il periodo storico che viviamo è duro e con il lavoro, facendo ridere e ridendo io stessa, contribuisco a portare la gente a teatro, che ha avuto una grande ripresa, rispetto al cinema».
Cosa le dà il teatro rispetto al cinema?
«Si esce per andare allo spettacolo, c’è vitalità, si sente il calore della gente a cui si trasmette amore. Vedere la platea piena è una gran soddisfazione: serve la cultura e serve ridere. La gente ne ha bisogno».
Guardandosi indietro, rifarebbe tutto?
«Sì, certo. Ho fatto il percorso al contrario. Sono stata presa direttamente su un set cinematografico. Poi ho studiato per arrivare fino a qui. Per arrivare a teatro e conquistare il palcoscenico serviva un grande bagaglio di esperienza».
I registi che le hanno lasciato di più?
«Sono stata fortunata a lavorare con Bolognini, Vancini, Capitani e sono stata sempre sostenuta da colleghi d’esperienza con cui ho avuto la fortuna di lavorare».
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