Marco Morosini, l’art designer creatore di Brandina nato al Boncio: «Le sperimentazioni? Ho iniziato nella mia cameretta»

Difficile trovare un’unica definizione per raccontare Marco Morosini, un libero pensatore capace di muoversi tra arte, graphic design, moda e musica con estrema disinvoltura. Un ragazzo cresciuto sapendosela cavare in molte situazioni: «Sono nato al Boncio, che è una terra di confine tra le Marche e la Romagna. Un posto che mi è sempre piaciuto tantissimo, dove ho abitato fino ai miei 18 anni. Una grande palestra all’aria aperta, dove ho avuto sia la possibilità di annoiarmi tantissimo che quella di vivere a contatto con la natura e l’arte di arrangiarsi. Pochissimi i vicini, tra cui un altro ragazzo come me con cui ho passato anni bellissimi. Certo non potevamo usare le biciclette e così ci muovevamo con i motorini, già a 6 anni, senza avere l’età per guidarli. A questo isolamento “forzato” o reagivi o lo subivi e quindi dovevamo inventarci sempre qualcosa». 

Il giovane “esploratore”

Esplorazioni anche di notte: «Abbiamo guidato sia i motorini che le auto senza avere l’età: andavamo ad esplorare i terreni circostanti anche di notte. Mangiavo con un piede fuori dal tavolo, raggiungevo il mio amico e partivamo alla scoperta dei boschi e dei sentieri. I miei nonni erano contadini e andavo spesso a lavorare la terra con loro. La mia stagione preferita è sempre stata l’autunno: passare intere giornate a pulire il giardino, potare gli alberi, bruciare gli arbusti. Sono sensazioni bellissime». E non è un caso che abbia scelto di vivere in campagna: «Adesso, quando sono in mezzo a queste cose è come se facessi un salto indietro, nel ricordo di quegli odori, di quelle emozioni. Valori ancestrali come il fuoco e la terra, sono fondamentali perché ti tengono legato alla natura. Non credo avrei mai resistito in un condominio in città. O forse non sarei quello che sono oggi». Creativo e uomo libero fin da ragazzino, difficile incastrarlo anche in un banco di scuola: «Dicevano alla mia mamma che ero intelligente, ma non mi impegnavo (ride) le solite cose, ma anche che ero molto, forse troppo, vivace». Alle medie più o meno uguale: «Un giorno tornai a casa tutto felice per aver preso “mediocre” nel compito di italiano. Avevo semplicemente scambiato mediocre per discreto. L’italiano non era la mia materia preferita. Ma capitò anche che la prof di inglese non si preoccupò di farmi recuperare le prime lezioni perse e così non riuscii mai a mettermi in pari. Questo però condizionò moltissimo la mia scelta delle superiori che andò verso l’Istituto d’Arte, dove di sicuro non c’era l’inglese». Una scelta che è risultata vincente per la sua manualità: «Ho fatto tutti i laboratori possibili, sperimentavo ceramica, metalli, arredamento. Alla fine ho imparato il tedesco prima dell’inglese». E a proposito di arredamento: «La mia “cameretta” era il luogo delle sperimentazioni più incredibili, la mia prima palestra per gli allestimenti. La svuotavo tutta e la trasformavo: è stata una falegnameria, ma anche una centrale elettrica, dove con il pongo avevo cosparso i muri di fili multicolori con un camioncino che correva per fare le riparazioni. Per un periodo è stata anche una discoteca e per un altro una chiesa e con lo stampino per fare i ravioli realizzavo le ostie, invitando i miei genitori a messa e attendendo le loro “offerte” vestito da prete. Non credo che molte famiglie permetterebbero una cosa simile, nelle case di oggi soprattutto, con le camerate belle ordinate e perfettine (ride)». Marco racconta la sua infanzia con una luce brillante negli occhi: «E poi c’era il Lego. Ho consumato quei mattoncini, ma non seguivo mai le immagini, mi divertivo a fare costruzioni fantastiche».

L’ispirazione da Antonelli

Molte delle sue originali idee arrivano da quell’infanzia così fantasiosa: «Credo che dai quadri di Mattia Antonelli di cui era piena la mia casa, ho preso quegli uomini in solitudine in cima a un dirupo o in fondo ad una montagna. Non so se sarei stato la stessa persona che sono oggi se non avessi avuto un imprinting simile. E poi l’incontro con Massimo Dolcini e l’amicizia con Oliviero Toscani hanno decisamente influenzato la mia vita». Dall’Istituto d’Arte all’università come Graphic Designer il passo è stato breve: «A me è sempre piaciuto lavorare con le mani. Dalle riparazioni dei motorini al pongo, al Lego. Quando avevo 11 anni, mio padre comprò una discoteca, il Derby, e io lì dentro facevo tutto, dall’elettricista all’arredatore, dal barman al dj e ancora oggi non mi tiro mai indietro se mi si propone una sfida».

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