In Puglia persi in 4 anni 449 medici. E uno su cinque è vicino alla pensione. Ma l’ingresso a Medicina è più difficile

I tanti bocciati alla prima tornata di esami per l’accesso a Medicina aprono uno squarcio nel Sistema Sanitario Nazionale. Il rischio è che vi siano meno iscritti alle facoltà rispetto ai posti messi a bando, con tanta fatica e molto impegno, dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Già da qualche anno, il dicastero guidato da Anna Maria Bernini ha sposato la causa del “vicino” Ministero della Salute per aumentare il numero dei futuri medici. E combattere così la carenza di professionisti, che ormai è un problema cronicizzato e di difficile risoluzione, almeno per la sanità pubblica.
Il lieve aumento, negli ultimi anni, del numero di medici ospedalieri non risolve certo una criticità che imperversa da anni e che si riflette sulla qualità del servizio pubblico, tra liste d’attesa di difficile abbattimento e ricorso sempre maggiore alle strutture private. La Puglia, che fino a pochi anni fa era una delle regioni con il più alto numero di medici rispetto ai residenti, non fa più eccezione. Anzi. Alcuni numeri, rilasciati negli ultimi mesi da fonti diverse, danno bene l’idea dell’emorragia in corso. Nel 2019 in Puglia c’erano 3.260 medici di famiglia, mentre nel 2023 – è l’ultimo anno censito dal Ministero della Salute secondo gli open data disponibili in rete – erano 2.811. In appena quattro anni si sono “persi” 449 medici di famiglia. E ad oggi almeno uno su tre supera il “massimale” del numero di pazienti (1.500). Vuol dire che c’è un 35% dei medici di famiglia che ha troppi pazienti e che di conseguenza avrà inevitabilmente qualche difficoltà a evadere richieste e visite. Ancora sui medici di base: secondo l’ultima stima di Gimbe, per un funzionamento corretto in Puglia al primo gennaio dello scorso anno ne mancherebbero 267. E c’è un altro numero, restando appunto sull’appendice statistica, piuttosto inquietante: dei 2.811 medici di famiglia che nel 2023 erano in organico per la Puglia, 602 entro due anni raggiungeranno i 70 anni e dovranno quindi andare in pensione. Del resto in Italia la quota dei dottori che hanno almeno 55 anni raggiunge il 44%. In soldoni: c’è già una evidente carenza di medici, soprattutto di base, ma c’è un aspetto che è ancor più allarmante, vale a dire l’età media. E la situazione nel corso dei prossimi anni, quindi, non potrà che peggiorare. Senza contare che è sempre più frequente l’emigrazione all’estero di laureati o professionisti, spesso per motivi economici. La stessa migrazione avviene anche all’interno dello stesso Paese dalle strutture pubbliche verso le private. Il filo rosso che lega le due “migrazioni” è l’aspetto economico: lavorare nella sanità pubblica, secondo molti, è stressante e non prevede compensi economici che possano competere con gli ospedali privati o con quanto viene invece offerto all’estero. Un aspetto, questo, che si riflette particolarmente su alcune specializzazioni: è evidente da anni, anche senza dover scomodare ulteriori statistiche, che vi sia una carenza di specialisti nella medicina d’urgenza.
E sulle specializzazioni il tema sembra ancor più serio se si considera che sono diverse quelle per cui i corsi di abilitazione restano molto spesso vuoti, senza che venga raggiunto il numero stabilito dal Ministero. Un problema che coinvolge, per altro, a livello universitario anche professioni sanitarie e infermieristica.
La situazione dei pediatri, poi, è di fatto identica: nel 2019 erano 559 quelli in servizio presso le strutture pugliesi. Nel 2023 erano già 59 in meno (500 in tutto), e non è detto che negli ultimi due anni il numero non sia ulteriormente diminuito. Anche qui la soglia, come per i medici di medicina generale, è di 0,85 professionisti per ogni mille abitanti. Più bassa rispetto al recente passato e in forte contrazione. La Puglia, secondo l’ultimo rapporto Gimbe, è una di quelle regioni con il più alto stato d’allerta. Anche perché il Sud si spopola e i problemi, come è facilmente intuibile, si intrecciano. Basti pensare che la Regione Calabria ha già dovuto “assoldare” alcuni professionisti in arrivo da Cuba.
Da qui nasce l’idea per cui Ministero dell’Università e Ministero della Salute hanno tanto lavorato negli ultimi mesi: aumentare il numero dei futuri dottori. E contestualmente, nella scorsa estate, il Mur ha provveduto a rivoluzionare le modalità d’accesso a Medicina: non più un test d’ingresso generale per creare una sorta di sbarramento, ma un semestre “filtro”. Il modello da cui il governo ha preso ispirazione è quello francese. Ma si è subito sollevato un coro di proteste. Il semestre filtro, fin qui, si è rivelato un flop nella misura in cui ha consentito a pochissimi ragazzi di essere al momento idonei all’accesso al corso di laurea. Funziona così: gli studenti, o futuri studenti, seguono per un semestre – che si traduce, però, in un paio di mesi abbondanti di lezioni, in modalità mista tra online e in presenza – tre corsi specifici: Biologia, Chimica e Fisica. Vi sono poi due appelli d’esame per tutte e tre le materie. Per entrare in graduatoria bisogna ottenere almeno la sufficienza in tutti i corsi. Fisica, però, ha rappresentato un ostacolo insormontabile per tanti. Per fare un esempio in salsa pugliese: in Unisalento, su circa 440 studenti che hanno sostenuto i tre esami, lo scorso 20 novembre soltanto in 12 sono riusciti a ottenere la sufficienza in tutti e tre e sarebbero al momento “arruolabili”. Un numero che di certo non copre i posti messi a bando. Nei giorni scorsi la ministra Bernini era già intervenuta sul caso, per spiegare che in ogni caso sarà individuata una soluzione idonea per far sì che non ci siano posti vacanti. La preoccupazione, però, resta. E ci si interroga sul semestre filtro, in un contesto nel quale i medici – soprattutto quelli di famiglia – sono pochi e troppo spesso prossimi alla pensione.
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