Natalino Balasso: «A Schio si lavora bene. Con il mio Brecht apocrifo parliamo di ingiustizie»

È un Natalino Balasso in splendida forma quello che si appresta a salire sul palco dell’Astra a Schio, oggi e domani alle 21, con “Giovanna dei disoccupati-Un apocrifo brechtiano” (“Santa Giovanna dei macelli”, in originale) per la stagione di prosa. Lo spettacolo, che vede in scena, accanto a lui, Graziano Sirressi, Marta Cortellazzo Wiel e Roberta Lanave, racconta “alla Brecht” le vicende di Pierpont Mauler, dei suoi sottoposti, di Cridle, di Slift e della terribile Graham. È un mondo al quale si oppone Giovanna Darko, con la sua comunità creata tramite i social. «Con tutta l’umiltà del caso – ancora Balasso – presentiamo questo apocrifo di Brecht, immaginando di averlo scritto sotto dettatura. Cosa possibile solo con l’aiuto del teatro che, mentre ci diverte, come diceva Gramsci, tenta di gettare bombe nei cervelli.» 

A novembre è stato ad Arzignano, ora torna a Schio con un tema, gli ultimi, che sembra incrociare alla perfezione il Natale. È una coincidenza?
Più che natalizio, il tema della marginalità è una questione di “ipocrisia natalizia”. Intendo dire che non dovremmo guardare alle persone disoccupate una volta l’anno, magari per allungare loro qualche offerta, ma dovremmo riflettere per tutto l’anno sui meccanismi dell’economia e sull’ingiustizia che in molti casi sottendono. Troppo spesso ci lamentiamo di chi sta ai margini, per esempio i migranti, e non consideriamo che noi stessi siamo parte attiva dei processi che determinano la marginalità.

In questo senso Giovanna è un personaggio controcorrente?
Sì, è un personaggio “contro” perché nella propria ricerca di un rapporto umano e vero con le persone che incrocia non smette di interrogarsi.

E il Veneto, che lei ha rappresentato in tutte le chiavi possibili, dal comico al drammatico al grottesco, com’è?
In Veneto siamo conservatori e le cose cambiano poco. O, meglio, il cambiamento segue una linea entro margini molto ben definiti. In sostanza, qui governa sempre la Dc. Per un po’ abbiamo pensato che fossero leghisti, ma sono democristiani.

In Veneto uno dei poli teatrali di punta è Schio. Quanto le sono cari i palchi scledensi?
Molto, al punto che a Schio ho presentato tanti spettacoli, ma torno sempre volentieri. Accade perché lo staff che da anni promuove la stagione teatrale lavora molto bene. Per esempio entra nelle scuole e lavorando sulla curiosità dei giovani, forma degli spettatori attenti e curiosi. Così, tra Civico e Astra, credo di aver portato tutti i miei spettacoli, si sia trattato di monologhi o di lavori di compagnia.

E per quanto la riguarda, dopo Giovanna, a quali progetti si dedicherà?
(Sorride) Da bravo veneto conservatore io vorrei solo rifare le cose del passato.

Quindi Ruzante e Toni Sartana, l’assessore “ai schéi”?
Ma no dai, sto scherzando! Invece, con le cose del passato accade proprio il contrario di quello che ho appena detto: si cresce e gli approcci, anche con i personaggi, non solo con le persone, cambiano. Quindi, proseguirò con il nostro apocrifo brechtiano e con “La grande magia” che avete visto anche a Vicenza e nella quale mi sono cimentato con un cavallo di battaglia di Eduardo. D’estate, però, vorrei mettermi a lavorare a un nuovo monologo. I tempi sono maturi per tornare a scrivere.

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