Welfare, se l’impresa diventa amica del “privato sociale”

Welfare, se l’impresa diventa amica del “privato sociale”

mercoledì 30 settembre 2020di Osvaldo De Paolini

Welfare, se l'impresa diventa amica del “privato sociale”
La persona al centro. Non è più uno slogan. La pandemia ha trasformato il pianeta in un posto fragile, nel quale vivere non è facile né scontato. L’emergenza ha cambiato bruscamente i modelli di riferimento, sicché il Welfare State in gran parte ridotto a vecchio arnese del passato, si è ripreso la scena; e con esso il ruolo dello Stato. Ma sotto traccia, come se emergesse dalla cortina di polvere levatasi per il crollo di tanta parte delle nostre certezze economiche e sociali, si è rifatto vivo il ruolo del privato. Non solo il privato tradizionale, quello evocato abitualmente come antagonista o integrativo del pubblico nella protezione sociale dei cittadini. Quel privato sociale sembrava relegato alla gassosa sfera del volontariato, delle buone pratiche individuali o collettive, ma sempre marginali rispetto alla quotidiana battaglia tra orsi e tori: l’opportunità di profitto sembrava non avere nulla a che fare con il bisogno di sostegno e di assistenza qualificata. Nel frattempo sui luoghi di lavoro, spesso trasferiti nella cucina di casa a causa dell’irrompere dello smart working, le persone hanno manifestato le loro fragilità, non solo legate alla tutela della salute fisica, ma anche all’equilibrio psicologico. I bisogni collegati al nucleo familiare – educazione dei figli, scolarità, assistenza agli anziani, bilanciamento di vita e lavoro quando si è persa la distinzione tra luogo di lavoro e di vita – sono esplosi, rinnovati, ma sempre più urgenti. Sicché il nuovo Welfare – in Italia, ma non solo – non riesce più a essere contenuto entro i modelli tradizionali di Bismarck o di Beveridge, nordeuropeo o mediterraneo. Il Covid ha mandato in tilt gli schemi ai quali ci eravamo abituati. E ha riproposto la centralità delle persone, delle loro nuove esigenze, che sempre riguardano previdenza e sanità, assistenza e formazione, ma secondo paradigmi che devono essere rinnovati. Il nuovo Welfare deve perciò ripartire dalle persone. Dal loro bisogno di “autorialità” come spiega Stefano Zamagni nell’intervista pubblicata all’interno; e dal loro rinnovato orizzonte sociale: la famiglia con al centro il “maschio adulto”, come osserva il demografo Alessandro Rosina, non può sostituirsi alle nuove politiche attive del lavoro per recuperare i giovani inattivi o per recuperare al lavoro le donne che non riescono più a conciliare famiglia e lavoro, indotte sempre più spesso a scegliere tra essere mamme (sempre meno) e essere lavoratrici (sempre meno). Vecchi nodi vengono al pettine – non si può non guardare con preoccupazione al basso tasso di adesione alla previdenza complementare – e nuovi orizzonti e nuovi bisogni emergono sul fronte della tutela della salute. O dell’assistenza sociale. La frammentazione, dei bisogni e degli “erogatori” di risposte a questi bisogni, è uno dei grandi nemici da combattere per ridisegnare il nuovo Welfare. Sempre più necessari sono i contributi che favoriscono l’integrazione. Anche per questo occorre riscoprire un welfare generativo e non solo redistributivo, un welfare “tripolare” che al pubblico e al privato aggiunge il ruolo decisivo del “privato sociale”, della cooperazione, del volontariato. 

A condizione che questi soggetti che animano il Terzo settore sappiano evolvere nelle competenze e nei linguaggi, e nella cultura che sappia incontrare e riconoscere il valore dell’impresa, che non è nemica, ma partecipe dello sviluppo della società, delle comunità, dei territori. L’innovazione e la digitalizzazione sono condizioni per favorire il superamento di questa frammentazione. Innovazione e digitalizzazione sono condizioni irrinunciabili anche nella riforma del Welfare, mentre la persona al centro è il criterio che riuscirà a farci modellare il futuro della protezione sociale in un momento in cui – per paradosso – le risorse non sembrano più un problema. A condizione, naturalmente, che il Recovery Plan sappia dare spazio adeguato alle infrastrutture sociali accanto a quelle fisiche e soprattutto digitali. 

Ultimo aggiornamento: 1 ottobre, 09:52
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