​Emiliano, la Puglia, i bilanci e le scelte: «Pace interiore e risultati straordinari. Sono già al lavoro con Decaro. Il futuro? Decide lui»

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​Emiliano, la Puglia, i bilanci e le scelte: «Pace interiore e risultati straordinari. Sono già al lavoro con Decaro. Il futuro? Decide lui»

Il forum in redazione con il governatore uscente: i bilanci e qualche ricordo la dimensione personale e il ritorno (difficile)
alla toga, fino all’ipotesi di assessorato. Il rapporto con il successore

Michele Emiliano durante il forum nella redazione di Quotidiano
Michele Emiliano durante il forum nella redazione di Quotidiano
di Francesco G. GIOFFREDI
11 Minuti di Lettura
martedì 2 dicembre 2025, 05:00 – Ultimo aggiornamento: 21:05

Sereno? Sì, tanto. Almeno all’apparenza: «Ho una sensazione di pace interiore che non mi aspettavo», sorride. Più di vent’anni, prima al Comune di Bari e poi in Regione: una vita, con molte cose dentro. Traguardi ed errori, battaglie e intuizioni, da combattente. Per Michele Emiliano sono settimane di bilanci, ma lo sguardo è già proiettato sul futuro: il destino personale e la traiettoria della Puglia. Ritorno in magistratura? Difficile. Un assessorato? Forse. E poi quel filo rosso da un capo all’altro: il rapporto con Antonio Decaro. «Lavoriamo già insieme ad alcuni dossier», «però il pilota ora è lui e conta che sia tranquillo, carico, felice», «qualunque cosa che lo distragga va eliminata».

Intanto lei non ha interrotto la consuetudine di rendere pubblico il suo numero di telefono. Ma la chiamano davvero?E quante volte al giorno?
«Massimo otto-dieci. Per arrivare a chiamare me, vuol dire che la situazione è davvero complicata. Dopo le 21 non mi chiama più nessuno, se accade vuol dire che è successo qualcosa di molto grave. E poi sono sempre tutti molto educati. Sul mio telefono ho 50mila numeri memorizzati, e ricordo tutto di tutti. È stata una bella esperienza».
È in fase di bilanci.
«C’è una dolcezza in questi giorni simile a quella di una laurea, di un concorso vinto. Una sensazione di pace interiore che non mi aspettavo: ero convinto di essere più malinconico. Ma quando superi un ostacolo, hai voglia di fare altro. In questo momento c’è quasi un eccesso di possibilità, compresa la tentazione di non fare nulla. Sì, c’era il rischio che ci potesse essere una destrutturazione del nostro modello umano e politico, ma lo abbiamo superato: siamo stati bravi a gestire il passaggio generazionale, ma avevo già esperienza al Comune di Bari in tal senso sempre con Decaro. Abbiamo gestito tutto con grande affetto reciproco, fermo restando che i fatti restano… Ad ogni modo: ora siamo tutti orientati a rilanciare il primato della Puglia».
Si rischia sempre un po’ il logoramento: che ventennio è stato?
«Io l’ho chiamato “il ventennio rosso”: non nel senso classico, ma perché siamo stati una sinistra molto moderna e anche autocritica, capace di andare oltre quel modello che fa innervosire liberali o cattolici. Ora chiunque è disposto a valutare la nostra opzione politica. Anche perché siamo tutti in definitiva progressisti: quelli che in Italia si definiscono di destra non sono conservatori veri o moderati noiosi attaccati al passato. Tutti vogliono un cambiamento, e la sinistra col suo progetto qui è riuscita a tener dentro tutti a prescindere dalla singola idea politica di partenza»
Il suo modello molte volte è stato anche troppo omnicomprensivo: conosce bene l’accusa di trasformismo.
«Nel nostro caso, chi ha condiviso con noi un progetto politico prima delle elezioni, lo ha poi testato concretamente. Ho notato un grande entusiasmo nel condividere questo progetto, senza che nessuno abbia mai chiesto nulla. Unico difetto: abbiamo destrutturato l’opposizione».
Diceva: “ventennio rosso”. Lei ritiene la sua amministrazione di sinistra, o quel trasversalismo l’ha “ibridata”?
«Nella sostanza è stata molto a sinistra, in tutti i settori: reddito di dignità, diritto allo studio, contributo alla casa, investimenti, sostegno ai lavoratori e ai ceti deboli. La ricetta italiana però qual è? La contrapposizione dev’essere tra gli uni che saltano sul palco all’urlo di “chi non salta comunista è”, e gli altri che li accusano d’essere fascisti? Sarei molto deluso. Capisco il marketing politico, ma va ripreso il ragionamento sul modello di società che vogliamo. Per essere visibili e scelti si tende spesso a polarizzare gli argomenti, ma poi così si rischia di dover essere fedeli alle promesse. Penso alla destra che ha eliminato il contributo alloggiativo o il reddito di cittadinanza. La lotta contro la redistribuzione della ricchezza è stato il maggior errore del governo Meloni».
Presidente, si sta quasi “candidando” a un ruolo strategico nel futuro Pd?
«L’idea di occuparmi del Paese è la mia fissazione da sempre. Potevo fare il piccolo imprenditore come mio padre, ma decisi per il concorso in magistratura: trovavo pacificazione nell’occuparmi della “cosa pubblica”. Così ho continuato, anche andando in una certa contraddizione tra ruolo di magistrato e di politico: dopo la fase “repressiva”, mi sono accorto che alla Puglia occorreva altro».
Degli anni in toga ricorda molte cose, spesso.
«Brindisi, Lecce, il rapporto con una persona meravigliosa come Cataldo Motta, le riunioni con lui per organizzare la battaglia, i suoi insegnamenti, come per esempio riascoltare sempre tutte o quasi tutte le intercettazioni. In quella fase nel Salento c’era già una grande capacità di comprendere il fenomeno criminale organizzato. Bari era viceversa una città decotta: dopo il lavoro repressivo serviva uno scatto diverso, e lì si manifesta la contraddizione: in questo Paese c’è l’idea dell’alternatività tra ruolo di magistrato e di politico, ma dentro di me c’è sempre stata piena continuità. E ha funzionato: a Bari per esempio inventammo da zero l’antimafia sociale. Da sindaco ho assecondato la nuova ondata a Bari: il mio ruolo è stato un’intuizione della città, all’inizio non tanto stimolata dalle forze politiche».
Ma si sente pronto a rientrare in magistratura?
«Ogni volta che si indossa la toga e si va in udienza, è una sensazione molto particolare. La toga è come il tricolore. Mi piacerebbe riprovare quella sensazione, ma immagino già i giornali, o alcune critiche politiche, in occasione della mia prima eventuale udienza. La toga è una cosa troppo importante per me, e pur di tutelarla sono disposto a tutto. Anche a non rientrare in magistratura».
In linea teorica, è possibile secondo lei tornare alla toga dopo un mandato elettorale così lungo?
«La legge Cartabia ora lo impedisce e la decisione è presa, per fortuna. Purtroppo a me non si applica, essendo andato in aspettativa prima. L’inquinamento politico della magistratura non dipende certo da questo, ad ogni modo mi rendo conto dell’esigenza non solo di essere ma anche di apparire indipendenti e imparziali»
Lei voterà “no” al referendum sulla giustizia?
«Voterò “no” e ciò che meno mi convince è il sorteggio del Csm e dell’Alta corte: si suppone che gli eletti dai magistrati possano costituire gruppi di pressione. Si tratta solo di una vendetta postuma, i problemi della magistratura non sono dati dall’inquinamento politico, ma da professionalità, efficienza e capacità di valutare fattispecie sempre più sdrucciolevoli».
In Regione poteva vigilare diversamente, in tema di legalità, su alcune situazioni accertate o in via di accertamento? Forse si è fidato e affidato, in talune circostanze.
«Non mi sono mai fidato di nessuno. Ho sempre pensato che il reato si commette per stupidità: forse in qualche caso ho sopravvalutato l’intelligenza di qualcuno e ho pensato che potesse essere residuale la commissione di un delitto. Fermo restando che al momento non c’è nemmeno una sentenza definitiva».
C’è il caso Lerario.
«Era alla Protezione civile già prima della pandemia in un ruolo non particolarmente complesso, e proveniva dal Provveditorato, spostato su indicazione dei suoi superiori. Nemmeno lo conoscevo. Peraltro le accuse che lo riguardano coinvolgono appalti della Prefettura di Foggia».
Sull’inchiesta che ha toccato Delli Noci invece lei si è molto esposto. Tanto da andare in conflitto con l’Anm.
«Sì, mi sono esposto.

E ho chiesto di incontrare l’Anm, un incontro intenso e sincero, utile a me e a loro. Continuo ad aspettare Alessandro, finché non sarà assolto. E lo spingerò a ricominciare a lavorare per la Puglia».

Deve aspettare l’assoluzione o un po’ alla volta può tornare a impegnarsi pubblicamente?
«Deve deciderlo lui. Secondo me è molto stupefatto da ciò che gli è successo, non conosce il sistema giudiziario. So che arriverà l’assoluzione e spero che fino ad allora conservi la voglia di fare politica. Mi auguro di continuare a tenergli accesa la fiamma della speranza».
Con Decaro come procede? C’è un’interlocuzione in corso?
«Stiamo già lavorando insieme a diversi dossier. Il suo modo di lavorare mi è noto, come a lui è noto il mio, comunque abbiamo avuto alcuni incontri molto utili, dopodiché il futuro della Puglia è nelle sue mani. Il che non vuol dire che io non sia molto attento e interessato a ciò che succederà. Deve però essere chiaro che Antonio ha bisogno di sentirsi libero di gestire il proprio ruolo, ed è mia intenzione farlo sentire il più tranquillo possibile».
E se Decaro le proponesse un assessorato?
«Ho dimostrato con i fatti che Decaro può chiedermi qualsiasi cosa…».
Tra i dossier più spinosi, dei quali magari avrete parlato, ci sono senz’altro sanità e Ilva. Che fare?
«Quanto alla sanità, abbiamo avuto la più grande crescita italiana dei Lea, abbiamo eccellenze straordinarie, e certo problemi sulle liste d’attesa. Che sono il “segreto di potere” di tutta la sanità italiana, in tal senso ho pure chiesto collaborazione alle Procure. Ho innanzitutto pensato che andasse approfondito come mai il 50% delle prestazioni prenotate non venga preteso: la gente non si presenta e la lista è bloccata. Altro tema è la distinzione tra liste ordinarie e “in Alpi”: può sorgere il sospetto che si voglia alimentare l’intramoenia, e ci siamo a lungo interrogati se non fosse il caso di bloccare quel tipo di attività. La soluzione dovrebbe essere nella capacità del sistema di autodisciplinarsi: mi sono chiesto tante volte perché venga assegnata l’organizzazione sanitaria ai politici e non sia resa autonoma».
E Ilva cosa richiede?
«Personalmente mi sono immolato, ho fatto qualcosa di non richiesto non essendo la fabbrica nella competenza della Regione. Dieci anni fa abbiamo fatto una proposta di decarbonizzazione e sono stato preso in giro, offeso quando mi spiegavano che non si poteva fare l’acciaio con il Dri, salvo poi accorgerci tutti che oggi siamo obbligati a seguire quella strada. L’avessimo fatto all’epoca, avremmo la fabbrica più moderna d’Europa, gestito molti addetti e trovato pure una chiave per gestire il rapporto con Tap, che voleva metterci a disposizione il gas».
Si è mai pentito di quel racconto sull’incontro con la sorella del boss e Decaro? Il governatore nega ci sia mai stato.
«Quello che ricorda lui va bene. Col senno di poi avrei evitato di dire quelle cose, ma di incontri così ne ho fatti a decine: un po’ abusavo della paura che la gente aveva di me per il mio precedente ruolo, lo facevo per ottenere la pace sociale».
Nel passaggio di consegne con Decaro, cosa va preservato? E qual è l’errore che ha commesso e che si augura non sia ripetuto? L’approccio ad alcune questioni, o magari xylella?
«Antonio deve tenere conto di tutto: abbiamo fatto qualcosa fuori dal normale, 22 anni fa abbiamo preso una regione che non aveva nessun plus particolare e che ora può competere per vincere il campionato. La cosa principale è mantenere il rapporto con le persone. Xylella? Sono arrivato nel 2015 con 8 milioni di alberi malati, e ho istruito la pratica ascoltando tutti, magistrati, scienziati, chi non voleva i tagli. Poi, abbiamo tagliato migliaia di alberi e avviato il più grande monitoraggio di sempre. Ma se oggi si trova un focolaio fino nel Foggiano, vuol dire che la scienza non ha ancora trovato il modo di fronteggiarla».
Ha qualche rimpianto?
«Non dal punto di vista del governo. Sotto l’aspetto politico qualche volta ho avuto una vocazione maggioritaria troppo larga. Ho sbagliato a non rispettare abbastanza le tradizioni politiche: il mio spirito imparziale, da servitore della Repubblica, mi ha fatto pensare che le distinzioni ideologiche non avessero molta importanza, e questo ha disorientato un po’ di persone. Avrei dovuto essere forse più preciso, evitando di convincere alcune simpatiche personalità a votarmi quando poi proprio non ce la facevano a stare dalla nostra parte. E ogni riferimento a Pippi Mellone è puramente casuale: pensavo di riuscire a cambiare il suo destino, ma non ci sono mai riuscito».
Presidente, però adesso si sente più sollevato.
«È andato tutto come previsto. Dieci anni fa avevo anticipato ad Antonio che ci sarebbe stata la possibilità di raccogliere il mio testimone. E non credo che abbia mai preso le distanze dal passato che lo ha espresso. Poi è evidente che lui è il futuro, e il futuro è sempre qualcosa di diverso. Dal punto di vista umano lo capisco: quando guidavo l’auto con accanto mio padre, ero in difficoltà. E io credo di aver risolto questa difficoltà ad Antonio: ne sono contento. Ora il pilota è lui, e dev’essere tranquillo, carico, felice, orgoglioso».
Per giocare la sfida elettorale nazionale, alla guida del centrosinistra meglio Schlein, Conte o un terzo nome?
«Ho trovato in Schlein sensibilità e capacità politica coalizionale nel saper tenere insieme le persone. Pur venendo da sinistra è stata capace di attrarre l’attenzione di tanti pezzi di società. In più è giovane e non si è mai misurata con questo compito: tornare nello stesso ruolo non è mai facile, Conte è stato peraltro il premier di Salvini e Di Maio. Elly ha un talento notevole, anche di stare molto coperta e prudente fino al momento opportuno. E quel momento arriverà a breve: vedrete tutti cosa è capace di fare. È una persona di grande valore, mi auguro possa essere lei la nuovo premier».

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2026-05-23 04:56:12

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