La storia di Chiara: «Mangio e non riesco a fermarmi, la mia non è golosità ma una malattia»

Disturbi alimentari

La storia di Chiara: «Mangio e non riesco a fermarmi, la mia non è golosità ma una malattia»

Maria Vittoria Adami
A Verona ci sono i mangiatori compulsivi anonimi, nati per aiutare chi ha questo tipo di disturbi

Si crede di essere golosi. Ci si racconta di essere di bocca buona. Invece dietro l’abbuffarsi senza limiti o di nascosto di un cibo in particolare, c’è una dipendenza.

Lo racconta, Chiara, 52 anni, mangiatrice compulsiva che a Verona, con altre persone con lo stesso problema, ha aperto il gruppo di mutuo aiuto Arena «Overeaters anonymous»: i mangiatori compulsivi anonimi, che il 2 ottobre invitano all’incontro «Cibo e dipendenza», alle 19, alla parrocchia di San Giacomo, in via Combattenti Alleati, 6. Interverrà il dottor Lorenzo Zamboni, del Dipartimento di medicina delle dipendenze di Borgo Roma. La serata è aperta ad amici, familiari e professionisti. 

Cos’è l’associazione «Overeaters anonymous»

Oa è nato in America negli anni ’60 ispirandosi al programma in dodici passi degli alcolisti anonimi, con l’obiettivo di raggiungere un recupero fisico, mentale e spirituale delle persone con il problema del cibo. «Tra le dipendenze non ci sono solo alcool, droghe, gioco d’azzardo, c’è anche il cibo», spiega Chiara, il nome è di fantasia. «Così nel 2022 abbiamo aperto il gruppo e ci riuniamo il mercoledì alle 19». 
Punto cruciale, come per tutte le dipendenze, è quello di prenderne coscienza. E lo si fa rispondendo a delle domande: mangi quando non hai fame? Ti abbuffi senza motivo fino a star male? Mangi di nascosto? Ti senti in colpa per il tuo peso? Fai uso eccessivo di diuretici, lassativi o vomito per controllare il peso? Nel programma Oa, poi, ci si incontra per parlarne e tra gli strumenti di recupero c’è lo sponsor, mangiatore compulsivo in astinenza che affianca uno del gruppo. È preferibile, inoltre, che tutti siano seguiti da dietologici che indicano il piano alimentare. 

La storia di Chiara, mangiatrice compulsiva

«Il problema del cibo è sintomo di un malessere profondo. Parte tutto dall’emotività, da sofferenze e vuoti che il cervello rielabora. Lo stress o il lavoro sono un alibi», racconta Chiara che fa un passo indietro a quando tutto è cominciato: aveva 14 anni quando il padre morì d’infarto sotto i suoi occhi. «Ho iniziato a mangiare. Ero sottopeso, ho preso 30 chili. Ma c’è chi ha la mamma compulsiva ed è cresciuto come fosse normale… Le situazioni sono diverse. La differenza del mangiatore compulsivo, però, è che ciascuno ha delle debolezze con cibi diversi. Le mie sono pizza, tramezzini, antipastini. Se sono a un aperitivo non mi limito, non mi fermo finché patatine e olive non sono finite. A volte mangio prima a casa, per sentirmi sazia e non fare la figura di quella che si abbuffa. Perché quando inizio a mangiare mi agito, perdo la connessione con ciò che c’è attorno e mi riempio il piatto». 

Chiara ne ha preso coscienza: «Si è compulsivi quando nascondiamo il cibo per mangiarlo da soli. Quando mentiamo o ci nascondiamo agli altri». Chiara ha iniziato avvicinandosi al Dipartimento delle dipendenze per il fumo e lo shopping. «Ho smesso su entrambi i fronti». Poi ha iniziato il percorso Oa a Montecchio e a San Bonifacio, tre anni e mezzo fa. Infine l’Oa a Verona. Com’è scattata la molla? «Ero passata da un dietologo o un nutrizionista all’altro, sapevo contare calorie e alimenti. Ma ero arrivata a 98 chili e dovrei pesarne 70. Oggi sono a 87». Con il programma Oa, ha perso 13 chili. 

Il momento peggiore? «La ricaduta a novembre 2023. Vedendo i chili persi ti concedi una brioche, ma la malattia ti porta a non fermarti e riprendi a mangiare in modo compulsivo. Oggi elimino gli spuntini e sto in astinenza tra i pasti. Ma ho paura dell’ennesimo fallimento e mi rimetto in discussione: odio fare la spesa, sto lontano dai fornelli allontanandomi dalla buona cucina e cercando cibo pronto e spazzatura. La gente», conclude, «non sa che non è solo questione di chiudersi la bocca. Questa è una malattia». 
Una malattia che talvolta trascina dentro il vortice anche le persone care: «Uno dei punti del percorso Oa è quello di fare ammenda perché la malattia ti porta a danneggiare gli altri, manipoliamo, abbiamo manie di controllo». 
Infine il programma Oa passa anche per l’ancora spirituale: «Ognuno lo declina come ritiene, si tratta di trovare un potere superiore cui affidare le nostre giornate».

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