Omicidio Carvone, ergastolo confermato per l’amico Ferrarese
La sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Lecce, cade l’aggravante dell’agevolazione dell’associazione mafiosa

5 dicembre, 19:02
Confermata la condanna all’ergastolo di Giuseppe Ferrarese, 29 anni, di Brindisi, con l’accusa di avere ammazzato l’amico 19enne Giampiero Carvone nella notte fra il 9 e il 10 settembre 2019 davanti alla sua casa del quartiere Perrino, a Brindisi. Sparò per uccidere, dunque, ha ribadito il processo di secondo grado. E non sparò con la sola intenzione di ferirlo, come ha sostenuto la difesa rappresentata dall’avvocato Ladislao Massari e dall’avvocatessa Emanuela De Francesco: la Corte d’Assise d’Appello di Lecce (presidente Teresa Liuni, a latere il giudice togato Francesco Messina e la giuria popolare) lo ha ritenuto responsabile dell’ipotesi di reato omicidio volontario e non di omicidio preterintenzionale. Caduta l’aggravante dell’agevolazione dell’associazione mafiosa mentre è stata ritenuta sussistente quella dei motivi abietti.
Testimone minacciata
La Corte ha inoltre ritenuta congrua la pena di tre anni concordata dall’avvocato difensore Giuseppe Guastella con il sostituto procuratore generale Imerio Tramis per Orlando Carella, 55 anni, di Brindisi, condannato in primo grado a tre anni e mezzo di reclusione per l’ipotesi di reato di favoreggiamento aggravato dall’agevolazione dell’associazione mafiosa: avrebbe cercato di impedire la testimonianza della donna che smontò l’alibi fornito da Ferrarese. Caduta l’aggravante, circostanza che, peraltro, è ostativa ai benefici previsti per i detenuti. Confermate, infine, le provvisionali stabilite dalla sentenza di primo grado per i familiari di Giampiero Carvone costituitisi parte civile con l’avvocato Marcello Tamburini.
La difesa: necessaria una perizia balistica
Tre mesi il termine indicato per depositare le motivazioni della sentenza, decisa dopo oggi 4 dicembre 2025 dopo tre ore e mezzo di camera di consiglio seguita all’arringa dell’avvocato Massari.
Il difensore ha chiesto, peraltro, che la Corte valutasse la possibilità di disporre una perizia balistica per colmare le lacune lasciate dall’indagine condotta dalla Procura di Brindisi prima che il fascicolo passasse nelle mani del pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia, Carmen Ruggiero: necessario, secondo la difesa, chiarire perché Giampiero Carvone fu colpito alla testa da uno dei tre proiettili esplosi da Ferrarese che confessò il delitto durante il processo di primo grado una volta messo difronte alla testimonianza di un collaboratore di giustizia a cui aveva affidato quel segreto durante la detenzione comune in cella. Ferrarese tuttavia sostenne di avere sparato per gambizzare Carvone, non per uccidere. Questa versione dell’imputato e l’assenza di una perizia sulla traiettorie dei proiettili, sull’altezza del marciapiede su cui si trovata la vittima e i fori su un auto parcheggiata metri più avanti, avrebbero dovuto – secondo il difensore – necessitare un chiarimento. Problemi non superabili dalle testimonianze – siamo sempre sul fronte della difesa – nemmeno dalla testimone di giustizia che sconfessò Ferrarese quando affermò di avere trascorso nella sua casa la notte dell’omicidio e che gli confessò l’omicidio affermando: «O lui o io».
«Nessuna agevolazione della mafia»
La difesa ha inoltre sostenuto l’assenza delle aggravanti dell’agevolazione dell’associazione mafiosa e dei motivi abietti e, dunque, che la Corte avrebbe potuto giudicare l’imputato con il rito abbreviato (prevede la riduzione di un terzo della pena in caso di condanna): nel primo caso perché il mandante indicato nella requisitoria nel processo di primo grado della pm Ruggiero, Davide Di Lena, non è stato mai condannato per associazione mafiosa. Quanto ai motivi abietti, per il legale non è stata dimostrata la necessaria spregevolezza. Primo motivo, accolto, respinto il secondo. Resta ora il passaggio in Corte di Cassazione, fino a sentenza definitiva vige la presunzione di non colpevolezza.
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