Il mondo di Giuseppe Bianchini si divide in tre parti. Famiglia, lavoro e calcio. Seduto alla scrivania del suo ufficio da dove guida la sua azienda di termoidraulica, il mister ripensa a quanto fatto in 5-6 anni in gialloceleste tra vittorie esaltanti e delusioni cocenti. Sul muro dell’azienda è dipinto un grande arcobaleno che attraversa la facciata, in statale a due chilometri da lì nella storica sede, ce n’è un altro. «A mia mamma piacevano gli arcobaleni e ne ha dipinto uno per ogni sede», racconta il Giuseppe dallo sguardo profondo e gli occhi del bravo ragazzo che in campo non ci va più da tre settimane. «È come togliermi l’ossigeno».
Cos’ha provato dopo quel 5-1 che gli è costato l’esonero?
Dal punto di vista umano un enorme dispiacere per aver perso in quel modo e non aver avuto la possibilità di riscattarmi la domenica dopo. È stata una sconfitta personale, nel calcio può succedere ma mi fa ancora male. Abbiamo perso contro una squadra forte a cui è andato tutto liscio per merito nostro, in quella sfida sono emersi tutti i nostri problemi anche se per una squadra che si deve salvare certe sconfitte ci stanno.
Non si vinceva dal 31 agosto, era normale essere in discussione. Sentiva che era sotto esame? Era vissuto come un peso per lei e quindi anche per la squadra?
Certo che pesava, ti senti sempre in discussione, sempre sotto esame. Però speravo di avere più credito nei confronti della società dopo tutto quello che avevo fatto e il percorso costruito. Essere in discussione dopo sei partite, cioè dopo l’Alcione, non me l’aspettavo proprio e questo mi lascia l’amaro in bocca.
Vittoria straordinaria a Brescia, vittoria con la Virtus, al Menti una gara dove meritavate il pareggio. E poi il black out. Cos’è successo?
Eravamo partiti bene e poi sono subentrati gli infortuni e qualche ragazzo non era al top. Da lì sono arrivate le prime sconfitte e la squadra ha iniziato ad avere un po’ di sfiducia, siamo entrati in un vicolo buio ma bisognava solo tenere botta.
Si aspettava di più dai giocatori più esperti in quella fase?
No, tutti hanno sempre lavorato molto con la voglia di reagire. L’atteggiamento c’è sempre stato, poi alcuni sono mancati in certe prestazioni ma non ho nulla da rimproverargli.
Lei hai fatto la storia recente dell’Arzi. La promozione in C, i playoff, una salvezza in rimonta. Aveva già dimostrato chi era?
Sì, perchè tutti conoscevano il mio modo di lavorare, come reagisco nei momenti di difficoltà e quanto affidamento posso dare. Nei momenti difficili siamo sempre riusciti a reagire. Resto convinto che potevo raddrizzare la situazione.
E come?
Parlando con i ragazzi, provando situazioni diverse in campo. Prima o poi il momento della reazione sarebbe arrivata, a volte non serve nulla di particolare, si doveva insistere su alcuni concetti e la svolta sarebbe arrivata.
Si è rovinato qualcosa anche dal punto di vista umano con questo esonero?
Abbiamo vissuto tanti momenti belli. Ma quello che è successo certamente mi ha fatto male. Avrei capito l’esonero per un allenatore nuovo che non si conosce del tutto, ma dopo quello che ho fatto per l’Arzignano…
Quali sono stati i momenti più belli di questi anni?
In assoluto la vittoria di Chioggia, una grande gioia dopo un momento complicato. Poi direi la vittoria al Menti nel primo anno di C e poi i 3 punti a Trieste e Brescia.
Arriva Di Donato, gol dopo 9 secondi e vittoria. Cos’ha provato?
Premetto che hanno scelto un allenatore bravo, che stimo e che farà bene. Con me è stato molto gentile e non era scontato. Gli auguro il meglio. Cosa ho pensato dopo la vittoria? Che il calcio è strano, niente di particolare. In fondo sono sempre i miei ragazzi, se vincono, sono contento anche io. Ho ancora un grande rapporto con i giocatori, c’è chi è dispiaciuto e chi meno del mio esonero, ma loro devono guardare avanti.
Quattro stagioni in serie C. Che futuro vede per l’Arzignano?
L’obiettivo deve essere quello di consolidarsi in serie C, chiaro che ci vogliono tanti sforzi ma all’Arzignano non manca niente per restare in questo campionato, mantenendo l’identità di squadra che deve saper soffrire.
Bianchini che ambizione ha come allenatore? È pronto a cambiare piazza e magari regione?
Io voglio fare calcio in piazze dove te lo fanno fare bene, così come è successo ad Arzignano. In base alle proposte prenderò delle decisioni, ho la fortuna di poter gestirmi con il lavoro. Vedremo che opportunità arrivano. Il calcio è la mia grande passione, è puro ossigeno. Quando non c’è, ho un nodo allo stomaco come adesso… ho bisogno del campo, del rapporto con i giocatori. È la cosa che ti rimane di più.
Che augurio facciamo all’Arzignano?
Di salvarsi perchè comunque faccio ancora parte del club visto che resto a “busta paga”. L’Arzignano lo sento un po’ mio. E poi voglio bene ai miei ragazzi.
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