{"id":1001735,"date":"2025-12-05T14:00:03","date_gmt":"2025-12-05T11:00:03","guid":{"rendered":"https:\/\/analyse.optim.biz\/?p=1001735"},"modified":"2025-12-05T14:00:03","modified_gmt":"2025-12-05T11:00:03","slug":"un-pianoforte-e-il-genio-di-jarrett","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/analyse.optim.biz\/?p=1001735","title":{"rendered":"Un pianoforte e il genio di Jarrett"},"content":{"rendered":"<div class=\"testo_articolo testo testoResize\">\n<p><strong>Il jazz<\/strong> \u00e8 un genere musicale che nacque negli Stati Uniti agli inizi del XX secolo e costituisce il frutto della progressiva elaborazione di molteplici correnti artistiche, che sono in buona parte di provenienza afroamericana. Nel corso del tempo, \u00e8 andato sviluppandosi attraverso forme espressive assai diverse l\u2019una dall\u2019altra (basti pensare, a titolo di mero esempio, all\u2019enorme differenza che esiste tra i brani \u201cswing\u201d tipici degli anni Quaranta del secolo scorso, ed il \u201cbe-bop\u201d che venne inventato da Charlie Parker all\u2019inizio degli anni Sessanta). Essendo spesso basato sull\u2019improvvisazione, il jazz tende ad esaltare le capacit\u00e0 tecnico-espressive dei musicisti che lo eseguono.<\/p>\n<p>Tra i suoi migliori interpreti di sempre, va certamente ricordato il pianista statunitense <strong>Keith Jarrett<\/strong>. Il quale era talmente bravo ad improvvisare ed a comporre contemporaneamente (utilizziamo volutamente il tempo passato perch\u00e9 purtroppo, a causa di un ictus che lo ha colpito nel 2018, oramai non si esibisce pi\u00f9), che il leggendario trombettista Miles Davis, una volta, dopo averlo sentito suonare ad un concerto, gli si avvicin\u00f2 e gli domand\u00f2, curioso: \u00abCome fai a suonare in quel modo, partendo dal nulla?\u00bb. Lui gli rispose, senza battere ciglio: \u00abA dire il vero non lo so. Lo faccio e basta!\u00bb. In occasione di un\u2019intervista, Jarrett spieg\u00f2 in quale modo era solito prepararsi ad affrontare il delicato ed impegnativo momento delle sue esibizioni dal vivo: \u00abQuando sono in concerto da solo devo fronteggiare due sfide: tirar fuori buona musica, e non tirar fuori buona musica che ho gi\u00e0 eseguito; e, tra le due, \u00e8 la seconda la sfida pi\u00f9 difficile. Poi ci sono le sfide personali, perch\u00e9 quando ti trovi in camerino, prima di improvvisare, non sai nulla di quello che succeder\u00e0. Questo ti porta ad essere curioso, ed allora ti ripeti: so che ci sono riuscito in passato, ma davvero non so quale \u00e8 il procedimento che conduce ad una buona performance\u00bb.<\/p>\n<p>Alla met\u00e0 degli gli anni Settanta, il grande pianista americano, tenne alcune esibizioni solistiche in Europa. Il 24 gennaio del 1975 doveva esibirsi sul palco del Teatro dell\u2019Opera di Colonia (austera struttura che, prima di allora, non aveva mai ospitato un concerto jazz), nell\u2019ambito della rassegna \u201c<strong>New jazz in K\u00f6ln<\/strong>\u201d. Sebbene l\u2019attesa per quel concerto fosse assai alta (erano stati infatti venduti ben 1.400 biglietti), nessuno dei presenti poteva mai immaginare che la performance alla quale avrebbero assistito quella sera sarebbe entrata di diritto nella storia della musica moderna.<\/p>\n<p>Jarrett aveva espressamente chiesto agli organizzatori di fargli trovare sul palco un pianoforte a coda Bosendorfer 290 Imperial (strumento dotato di 97 tasti invece di 88 che, all\u2019epoca, si contendeva il primato dell\u2019eccellenza con quelli della Steinway). Al suo arrivo, invece, <strong>Jarrett<\/strong> trov\u00f2 un pianoforte diverso, che era in cattive condizioni, era decisamente stonato, ed evidenziava un registro acuto piuttosto sottile, bassi troppo deboli e pedali malfunzionanti.<\/p>\n<p>A causa della mancanza di tempo non risult\u00f2 possibile sostituire lo strumento prima del concerto. L\u2019artista, sebbene fortemente contrariato, e solo dopo pesanti pressioni da parte dell\u2019organizzatrice (la diciassettenne Vera Brandes), accett\u00f2 di esibirsi comunque. In un\u2019intervista rilasciata qualche anno dopo il grande musicista americano raccont\u00f2 la tensione dei momenti immediatamente antecedenti il suo ingresso sul palco: \u00abHo iniziato a pensare: lo far\u00f2. Ricordo di aver alzato il pugno in aria mentre uscivo dal backstage. Ho semplicemente guardato Manfred e ho detto: potere! O qualcosa di simile. Ci\u00f2 che accadde con quel pianoforte fu che fui costretto a suonare in quello che all\u2019epoca era un modo nuovo. In qualche modo sentivo che dovevo far emergere qualunque qualit\u00e0 avesse lo strumento\u00bb.<\/p>\n<p>Quella sera, nonostante tutto, sul palco del <strong>Teatro dell\u2019Opera di Colonia<\/strong> prese corpo una delle performance pi\u00f9 famose e celebrate della musica jazz di ogni tempo. Jarrett, evitando il pi\u00f9 possibile i registri pi\u00f9 \u201cdeboli\u201d di quel malandato pianoforte, offr\u00ec infatti al pubblico in sala una mirabile dimostrazione del suo genio musicale, gestendo in maniera straordinaria la comprensibile tensione del momento, e dando vita ad un\u2019improvvisazione leggendaria (che divenne un disco che venne pubblicato il 30 novembre del 1975, e, quindi, esattamente cinquant\u2019anni fa, e che \u00e8 diventato il pi\u00f9 venduto album di \u201cpiano solo\u201d della storia del jazz, con circa cinque milioni di copie).<\/p>\n<p>Il critico musicale <strong>Alyn Shipton<\/strong>, nella sua splendida \u201cNuova storia del jazz\u201d (peraltro ottimamente curata dal frusinate Vincenzo Martorella), cos\u00ec descrive la magia di quell\u2019indimenticabile esibizione: \u00abLa musica contenuta nel disco ha una divisione naturale in quattro sezioni: la pi\u00f9 lunga, in apertura, dura ventisei minuti, e la pi\u00f9 breve, la quarta ed ultima parte, poco pi\u00f9 di cinque. La creazione di brani di cos\u00ec ampio respiro ricorda l\u2019opera di un\u2019immaginazione di tipo architettonico, comparabile per ampiezza a quella di Bill Evans. Sicuramente la sezione finale rivela una forte visione compositiva, aprendosi con un tema solenne come un inno, con sfumature da ballad country, in cui Jarrett articola con chiarezza una linea melodica sugli accordi di accompagnamento\u2026 si trasforma in continue linee improvvisate\u00bb.<\/p>\n<p>Pi\u00f9 precisamente, la prima parte \u00e8 caratterizzata da un\u2019evidente ricerca, da parte del musicista, della \u201cmelodia infinita\u201d, da una <strong>percussivit\u00e0 insistente<\/strong>, e da \u201cbarocchi arabeschi\u201d di raffinata potenza espressiva. La seconda, che si snoda attraverso sequenze molto pi\u00f9 larghe e melodiche, risulta invece colorata da una \u201cclassicit\u00e0\u201d evidente, e da una notevole eleganza armonica che, di fatto, allontana l\u2019esecuzione dal jazz tradizionalmente inteso.<\/p>\n<p>Quel leggendario concerto ha influenzato molti musicisti contemporanei. Basti prestare attenzione, ad esempio, allo splendido, sincopato fraseggio che Jarrett ci regala al minuto 5 e 50 del brano \u201cPart II a\u201d dell\u2019album, poi evidentemente ripreso dal raffinato gruppo britannico dei Jamiroquai per arrangiare la celebre canzone \u201c<strong>Virtual insanity<\/strong>\u201d del 1996. Ad ennesima dimostrazione che la musica, e soprattutto quella buona, sa lasciare il segno. E che segno\u2026 Per la curiosit\u00e0 dei lettori pi\u00f9 tecnici evidenzio volentieri che la memorabile esibizione di Keith Jarrett a Colonia venne fissata su nastro magnetico utilizzando due microfoni a condensatore Neumann modello U 67, e un registratore a bobine Telefunken M-5.<\/p>\n<\/div>\n<p> Source URL: https:\/\/www.ciociariaoggi.it\/news\/colpi-di-testa\/312613\/un-pianoforte-e-il-genio-di-jarrett.html<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il jazz \u00e8 un genere musicale che nacque negli Stati Uniti agli inizi del XX secolo e costituisce il frutto della progressiva elaborazione di molteplici correnti artistiche, che sono in buona parte di provenienza afroamericana. 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