L’evoluzione degli indumenti sanitari ha sempre avuto come obiettivo la sterilizzazione prolungata, in modo tale da ridurre al minimo le infezioni da un paziente all’altro. In passato è stato reso asettico lo stetoscopio, che spesso ospitava batteri nocivi, poi furono eliminate le cravatte dei medici, che non venendo lavate di frequente, erano solite essere colme di agenti patogeni.  Ora uno studio ha rivelato che un possibile vettore di microrganismi indesiderati possono essere le maniche lunghe degli indumenti degli operatori sanitari. Una scoperta che potrebbe portare a ripensare le divise ospedaliere e le pratiche igieniche nei reparti. Lo studio Condotta da Maria Sanes Guevara delll’Upmc Presbyterian di Pittsburgh, la ricerca ha analizzato 280 campioni prelevati dalle maniche degli operatori in diversi reparti ospedalieri. I risultati sono stati sconcertanti: l’81% delle maniche lunghe esaminate presentava crescita batterica, e di queste, una su cinque ospitava almeno un patogeno potenzialmente dannoso. «Un semplice gesto come rimboccarsi le maniche – evidenzia Fabio Beatrice, capo del board scientifico del Mohre (Mediterranean Observatory on Harm Reduction) – potrebbe fare la differenza nella lotta contro le infezioni nosocomiali (che si contraggono durante un ricovero ndr). Si tratta di una strategia semplice e a basso costo che potrebbe diminuire il carico di infezioni evitabili. Anche orologi e anelli possono diventare un ricettacolo di batteri, ragion per cui è opportuno rimuoverli in contesti di cura e rafforzare il lavaggio e la disinfezione delle mani. Alcune operazioni invece andrebbero eseguite con camici monouso con allacciatura posteriore, mascherine e uso di guanti. Ovviamente i presidi devono essere adeguati alle specificità del reparto, specialmente in funzione delle fragilità presenti». I microrganismi identificati Tra gli agenti patogeni riscontrati sulle maniche degli operatori figurano streptococchi alfa-emolitici (rilevati in 28 casi e pericolosi per soggetti immunodepressi), diverse specie di Bacillus (20 casi), Pantoea e Mixta (ritrovati 8 volte e dannosi soprattuto per chi ha ferite chirurgiche o cateteri venosi), e, in 2 casi, lo Staphylococcus aureus, un batterio noto per la sua capacità di causare infezioni anche gravi e di resistere a molti antibiotici. I materiali più indicati per la contaminazione L’indagine ha messo in luce differenze significative tra i vari materiali. Il pile è il tessuto più ospitale per i batteri: oltre il 41% delle maniche realizzate in questo materiale ha mostrato la presenza di almeno un patogeno potenziale. I tessuti sintetici non in pile hanno registrato una contaminazione del 32,8%, mentre il cotone si è dimostrato leggermente più sicuro con il 24,1% di contaminazione. Un altro dato interessante ma auspicabile riguarda la distribuzione della contaminazione tra le varie aree ospedaliere: il 69,6% delle maniche campionate nei reparti ordinari presentava crescita batterica, contro il 30,4% di quelle nelle unità di terapia intensiva, dove le misure di controllo delle infezioni sono più rigide. Una possibile soluzione La riduzione della contaminazione potrebbe essere ottenuta con un gesto semplicissimo: arrotolare le maniche lavarsi le mani allungandosi fino ai polsi. I ricercatori hanno precisato che lo studio non ha trovato prove dirette di trasmissione dai vestiti degli operatori ai pazienti; tuttavia, hanno anche notato che persino gli indumenti appena lavati diventano sostanzialmente contaminati entro poche ore dall’uso, un dato che solleva interrogativi anche sull’efficacia delle pratiche di lavaggio. Nel Regno Unito esiste già da tempo una politica chiamata ‘bare below the elbows’ (scoperti sotto i gomiti ndr), che incoraggia gli operatori sanitari a non indossare maniche lunghe. La SHEA (Society for Healthcare Epidemiology of America) ha sostenuto questa politica per oltre un decennio, ma negli Stati Uniti non è obbligatoria e le regole sull’abbigliamento dipendono dalle preferenze dei singoli ospedali.