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Un ampio studio su “Science” mostra che l’eccellenza sportiva adulta segue traiettorie diverse dal successo precoce e mette in discussione i modelli di selezione giovanile. Ogni anno, migliaia di atleti in erba vengono etichettati come “talenti”. Vincono gare giovanili, entrano nelle squadre d’élite, attirano attenzioni, investimenti, aspettative. A dodici o tredici anni sembrano già destinati al successo. La ricerca sulla performance ha finora mostrato che, tra bambini e adolescenti, un avvio precoce e una pratica intensa in una singola disciplina sono associati a miglioramenti più rapidi. Su questa base, accademie sportive e programmi federali in tutto il mondo hanno adottato lo stesso modello: selezionare presto i più promettenti e accelerarne lo sviluppo attraverso una specializzazione sempre più anticipata. Ma davvero gli atleti eccezionali da giovani sono gli stessi che diventano campioni da adulti? E i fattori che favoriscono il successo precoce sono gli stessi che caratterizzano i fuoriclasse al picco della carriera? Queste domande non erano mai state affrontate in modo sistematico. Oggi, lo sono grazie a un recente studio pubblicato su “Science” (Arne Güllich et al. “Recent discoveries on the acquisition of the highest levels of human performance”), che sintetizza le evidenze più complete finora disponibili sullo sviluppo dell’eccellenza umana. Gli autori hanno utilizzato 19 dataset che includono 34.839 “top performers” adulti di livello internazionale in diversi domini — tra cui campioni olimpici, musicisti di fama mondiale, scacchisti d’élite e premi Nobel. In ambito sportivo sono stati esaminati oltre 50 mila atleti, inclusi 3.375 medagliati, in tutte le discipline olimpiche, combinando analisi prospettiche (seguendo nel tempo gli atleti junior) e retrospettive (ricostruendo il passato degli atleti senior). Il primo risultato è netto: la stragrande maggioranza — quasi il 90% — degli atleti di livello internazionale da junior e da senior è costituita da persone diverse. In altre parole, chi eccelle in giovane età raramente coincide con chi raggiunge i vertici da adulto. Un secondo risultato riguarda le traiettorie di sviluppo della performance. I dati mostrano che i futuri campioni mondiali e olimpici hanno prestazioni inferiori ai loro coetanei nelle fasi iniziali, ma continuano a migliorare più a lungo, superandoli solo più tardi. Al picco della carriera raggiungono livelli nettamente superiori, mentre molti dei migliori da giovani interrompono la loro progressione prima. Se questo è il quadro, la domanda allora è: quali sono i fattori predittivi dell’eccellenza in età adulta? Dallo studio emerge che gli atleti più performanti da junior, rispetto ai loro pari, hanno in media iniziato prima lo sport principale, sono entrati più precocemente nei programmi di selezione e hanno accumulato maggiori quantità di pratica specifica, spesso a scapito di altri sport. I fuoriclasse da adulti, al contrario, presentano un profilo opposto: minore specializzazione precoce, maggiore pratica multidisciplinare e una progressione iniziale più graduale. In media, i campioni olimpici hanno praticato almeno due altri sport per circa nove anni durante l’infanzia e l’adolescenza. Questo schema ricorrente si osserva in tutte le discipline olimpiche analizzate e trova riscontro anche in altri ambiti ad alta performance, come la musica, gli scacchi e la ricerca scientifica. Il messaggio complessivo dello studio è che gli atleti eccezionali in età giovanile e quelli eccezionali da adulti sono raramente gli stessi e che i criteri che selezionano i migliori a dodici o quindici anni non coincidono con quelli associati all’eccellenza al picco della carriera. Questi risultati non mettono semplicemente in discussione alcuni luoghi comuni sul talento sportivo. Mettono in discussione l’architettura stessa dei sistemi di selezione. Se l’eccellenza adulta non è la prosecuzione lineare dell’eccellenza precoce, allora i programmi che puntano a identificare “i migliori” il prima possibile stanno ottimizzando una variabile sbagliata: selezionano chi cresce più in fretta nelle fasi iniziali, non chi arriverà più in alto nell’arco della carriera. Ne consegue la necessità di progettare percorsi di sviluppo che mantengano aperte più possibilità, favoriscano una fase di esplorazione più ampia, ritardino la specializzazione estrema e, soprattutto, riducano l’esclusione precoce. Non si tratta di individuare il talento il prima possibile, ma di creare le condizioni perché possa emergere nel tempo. I campioni olimpici di domani raramente sono i prodigi di oggi. I dati indicano invece che i fuoriclasse da adulti sono più spesso atleti che hanno potuto crescere senza forzature, sperimentare percorsi diversi, costruire basi motorie e tecniche ampie e restare nel sistema abbastanza a lungo da esprimere il proprio potenziale al momento giusto. Per genitori, allenatori, club e federazioni la vera sfida non è scovare il campione a dodici anni. È non perderlo prima che abbia il tempo di diventarlo. *Ordinario di Logica e Metodo Scientifico Università Vita-Salute San Raffaele. E’ stato per sei stagione Scientific Advisor di MilanLab, AC Milan
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