La discontinuità di Decaro in Regione che si fa, ma non si dice

Aggiungetela pure all’elenco delle cose che si fanno, ma non si dicono. E che, per questo, hanno una silenziosa e micidiale capacità di colpire il bersaglio. Ecco: la tanto chiacchierata “discontinuità” in Regione si fa, ma non si dice e non si urla. È il metodo Antonio Decaro: scelte forti e pugno duro, quando i fari sono spenti o lontani. In queste prime settimane di piena operatività, il governatore – almeno tra annunci e segnali – ha così sancito la rottura col decennio di Michele Emiliano. Senza grossi proclami di guerra, e anzi persino negando uno dei tormentoni estate-autunno-inverno («Discontinuità? Mai detto»). Il divorzio dal passato recente però comincia a intravedersi in molti indizi, attendendo la prova inconfutabile della concretezza.
Decaro discontinuo per vocazione, scelta e calcolo: meglio scrollarsi di dosso l’Emilianismo. Unire i puntini e il quadro è completo. Per prima cosa, il destino dello stesso Emiliano: niente assessorato, il palcoscenico politico sfilato da sotto i piedi dell’ingombrante grande ex, relegato tra molti borbottii al ruolo indefinito di (ben pagato) “consigliere del presidente”. A proposito: del decreto di nomina, da sottoporre al severo vaglio del Csm, non si hanno notizie, ed Emiliano galleggia in un limbo imprecisato. E poi i dossier di governo, nella sostanza bocciandone seccamente l’ultima gestione: la sanità, tra liste d’attesa e pronto soccorso, che è il primo stress test di Decaro per rompere con la precedente stagione; oppure il ciclo dei rifiuti, e già s’annunciano reset del vecchio (mai applicato) Piano per ricominciare da zero o quasi. La discontinuità è anche organizzativa: la rivoluzione di tutta la macchina regionale, una certa centralizzazione di ciò che deve filtrare o meno dal Palazzo, e poi la stretta per Dipartimenti e Agenzie su consulenze, incarichi, trasferte, implicitamente bacchettando l’andazzo degli ultimi anni.
La discontinuità è quella cosa che si fa, ma non si dice. Tutto il resto (al momento) si dice, aspettando che presto si faccia.
La discontinuità di Decaro in Regione che si fa, ma non si dice

Aggiungetela pure all’elenco delle cose che si fanno, ma non si dicono. E che, per questo, hanno una silenziosa e micidiale capacità di colpire il bersaglio. Ecco: la tanto chiacchierata “discontinuità” in Regione si fa, ma non si dice e non si urla. È il metodo Antonio Decaro: scelte forti e pugno duro, quando i fari sono spenti o lontani. In queste prime settimane di piena operatività, il governatore – almeno tra annunci e segnali – ha così sancito la rottura col decennio di Michele Emiliano. Senza grossi proclami di guerra, e anzi persino negando uno dei tormentoni estate-autunno-inverno («Discontinuità? Mai detto»). Il divorzio dal passato recente però comincia a intravedersi in molti indizi, attendendo la prova inconfutabile della concretezza.
Decaro discontinuo per vocazione, scelta e calcolo: meglio scrollarsi di dosso l’Emilianismo. Unire i puntini e il quadro è completo. Per prima cosa, il destino dello stesso Emiliano: niente assessorato, il palcoscenico politico sfilato da sotto i piedi dell’ingombrante grande ex, relegato tra molti borbottii al ruolo indefinito di (ben pagato) “consigliere del presidente”. A proposito: del decreto di nomina, da sottoporre al severo vaglio del Csm, non si hanno notizie, ed Emiliano galleggia in un limbo imprecisato. E poi i dossier di governo, nella sostanza bocciandone seccamente l’ultima gestione: la sanità, tra liste d’attesa e pronto soccorso, che è il primo stress test di Decaro per rompere con la precedente stagione; oppure il ciclo dei rifiuti, e già s’annunciano reset del vecchio (mai applicato) Piano per ricominciare da zero o quasi. La discontinuità è anche organizzativa: la rivoluzione di tutta la macchina regionale, una certa centralizzazione di ciò che deve filtrare o meno dal Palazzo, e poi la stretta per Dipartimenti e Agenzie su consulenze, incarichi, trasferte, implicitamente bacchettando l’andazzo degli ultimi anni.
La discontinuità è quella cosa che si fa, ma non si dice. Tutto il resto (al momento) si dice, aspettando che presto si faccia.
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