La fontana e il Mosé «arcibruttissimo»

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Il romano Costantino Maes (1839 – 1910) era uno di quegli eruditi di cui si è perduto lo stampo. Ha lavorato nelle biblioteche Alessandrina, Nazionale, Vallicelliana ed Angelica; ha insegnato al Liceo Visconti. Già nel 1897 (ma invano) aveva presentato un progetto per recuperare le Navi di Nemi: quelle volute da Caligola, colate a picco nel lago su ordine del Senato. Ci ha lasciato tre tomi di Curiosità romane, editi nel 1855: mini aneddoti sulla città, scritti con un grande sapere e bagaglio culturale. Uno stile piano, talora perfino affettuoso. Una sola volta, forse, Maes si lascia andare addirittura allo sdegno. Ed è quando parla del Mosè a piazza San Bernardo, nella Fontana Felice, mostra terminale dell’omonimo acquedotto voluto da Sisto V, Felice Piergentile poi Peretti. Con quell’acqua, il papa risolveva tutti i problemi della sua immensa Villa Montalto, una tra le più grandi a Roma, che occupava anche l’attuale spazio della stazione Termini.
INVETTIVE
In pochissime righe, scrivendo dell’«altro Mosè», Maes lo dichiara il «più orrido» (ovviamente, «l’altro» è quello di Michelangelo: il capolavoro a San Pietro in Vincoli), anche se la fontana «è certamente una delle più belle di Roma». A proposito dell’autore, Prospero da Brescia, scrive di un «infelice connubio dell’orgoglio con l’ignoranza», che non «figlia se non mostri»; il soggetto è «straziato da un informe abbozzo»; «un rospo»; «una sconcezza»; un «arcibruttissimo Mosè», tanto che l’autore, «pazzo dal dolore per le risate» che la statua «eccitava, si ferì con la spada, non volendo sopravvivere a tanta sconfitta». E cita Giovanni Baglione, pittore e biografo, autore di un libro dedicato alle Vite degli artisti dal 1572 al 1642, per dire che, eseguita la scultura, a Prospero «venne un umore melanconico, il quale atterrollo, e in breve lo mandò all’altra vita».
GLI AUTORI
Prospero si chiamava, in realtà, Antichi, ed era appunto bresciano. Si era dedicato a svariate opere: gli angeli di stucco nella Cappella Paolina del Vaticano e lo stemma di Gregorio XIII Boncompagni nella Sala Regia; tombe di papi e leoni araldici; quelli sotto l’obelisco di San Pietro; a Santa Maria Maggiore, un gruppo sotto il tabernacolo del Santissimo, per Adolfo Venturi «opera accurata e gentile». Ma al Mosè lavora assieme a Leonardo Sormani: chissà di chi è tanta bruttezza. Fino al punto da chiamarlo «Mosè ridicolo». Maes stesso dice che l’autore «in altre opere si palesò pure per un valentuomo»; però la vicenda della sua morte in seguito al fiasco è falsa: vive e lavora ancora nel 1591; se ne va nel 1599, quando il Mosè era terminato da almeno un decennio.
Costò al papa mille scudi; però, l’ultimo pagamento, il saldo, è tutto solo per Sormani. Maes chiede perfino di «togliere questa sconcezza da una delle più belle fonti che ammiransi in Roma», e bandire un nuovo concorso, perché «quest’arte tradisce la sua missione che è di rallegrare il mesto cielo della vita col Sole del Bello».
GLI ERRORI
«In questa statua», il bresciano «perdé tutto l’onore che avevasi acquistato in tempi andati con tante e sì nobili fatiche»: lo dice perfino Baglione. Qualcuno spiega per la fretta, imposta dal papa; altri, per colpa di Sormani. Sta di fatto che la scultura, alta 4 metri comprese «le corna luminose sulla fronte», venne affiancata da Domenico Fontana, il grande progettista dell’insieme, con altre statue, sostituite da Gregorio XVI Cappellari con copie nell’Ottocento, e gli originali sono ai Musei Vaticani. Gli altorilievi sono di Flaminio Vacca; i due leoni alla base, antichi. Ma questa prima tra le tante «mostre» terminali degli acquedotti è assai criticata per la disarmonia tra frontespizio e coronamento, oltre che per «l’infelice riuscita» del Mosè: «grottesco e sproporzionato», tanto che, fin dall’inaugurazione si disse che fosse accigliato per essere stato creato da uno «scultore tanto inetto». Pasquino pensava, «inorridito, al danno che fe’ uno scultor stordito». E chiede anche, al papa, «il nuovo Michelangelo impicca per la gola». Ma sta là da 430 anni.
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