Papa Leone ai governi: «Pensate a forme di amnistia o indulto». A San Pietro il Giubileo dei Detenuti

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Leone XIV pensava certamente all’Italia, al sovraffollamento nelle celle e ai 76 suicidi in carcere di quest’anno, l’ultimo dei quali registrato a Viterbo alcuni giorni fa anche se ovviamente immaginava pure quello che sta accadendo in Nicaragua, in Colombia o in Venezuela, tutte nazioni a forte tradizione cristiana e pertanto investite in pieno dall’appello giubilare risuonato stamattina a San Pietro per il Giubileo del carcerato. Serve una amnistia o un indulto. Nei primi banchi della basilica c’erano anche tanti detenuti che sono potuti uscire dagli istituti penitenziari grazie ad un permesso speciale e ad un accordo con il Vaticano per poter assistere alla messa solenne durante la quale il nuovo pontefice ha fatto sua la speranza del predecessore, il quale «auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società». Proprio come è nella antica tradizione biblica dove si prevedeva la liberazione degli schiavi. Papa Leone chiede così ai governi di «offrire a tutti reali opportunità di reinserimento» confidando nei gesti di buona volontà da parte dei politici. «Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare”.
Il che significa, secondo la visione della Chiesa, poter concedere una seconda possibilità, una redenzione, una svolta esistenziale.
Cosa possibile se si «promuove in ogni ambiente – e oggi sottolineiamo particolarmente nelle carceri – una civiltà fondata su nuovi criteri, e ultimamente sulla carità, come diceva San Paolo VI alla conclusione dell’Anno giubilare del 1975: Questa – la carità – vorrebbe essere, specialmente sul piano della vita pubblica, […] il principio della nuova ora di grazia e di buon volere, che il calendario della storia ci apre davanti: la civiltà dell’amore!»
Naturalmente le cose non si presentano semplici. I problemi da affrontare sono tanti e non solo di ordine politico. Ha detto il Papa: «Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più. Il Signore, però, al di là di tutto, continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto e che tutti siano salvati».
L’Associazione Nessuno Tocchi Caino del partito radicale che più di ogni altra monitora e sensibilizza sul problema carcerario italiano di recente ha scritto che amnistia e indulto sono forme secolarizzate di clemenza e non sono sinonimi di “indulgenza plenaria”. «La remissione giuridica della pena, infatti, può essere parziale e produrre effetti estintivi selettivi, escludendo dal suo ambito determinati reati. Non sono neppure sinonimi di “perdono”, che è una predisposizione dell’animo di chi lo concede e di chi lo riceve, appunto, per dono. Diversamente, la clemenza giuridica può essere condizionata, obbligando così il soggetto a un dovere di contraccambio. Nessuna confusione tra morale e diritto, dunque. Giuridicamente, essere clementi non significa essere buoni perché ricorrere ad amnistia e indulto non mette in gioco il cuore e le passioni, bensì la testa e la ragione».
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di Franca Giansoldati
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