Toni: «Roma, ti serve un vero “nove”»

Toni: «Roma, ti serve un vero “nove”»

Il campionato, le ambizioni giallorosse e l’Italia: parla l’ex bomber: «Sarò di parte, ma le squadre devono avere un centravanti da 20 gol»

20100327- ROMA - SPO - CALCIO;ROMA-INTER. L'esultanza dell'attaccante della Roma, Luca Toni, dopo aver realizzato il goal della vittoria giallorossa contro l'Inter, oggi 27 marzo 2010 allo stadio Olimpico di Roma. ANSA / ETTORE FERRARI / FRR
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mercoledì 10 dicembre 2025, 05:50
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La nuova vita di Luca Toni, dal campo alla tv, dai gol alle interviste social. E in mezzo, un po’ di padel con gli amici, sempre loro, quelli con cui ha trascorso anni di battaglie, a correre dietro un pallone e a vincere, casomai, un mondiale.

Si diverte a fare il giornalista?

«Sì tantissimo. Ma lo faccio con persone che conosco, si raccontano con naturalezza, e questo è bello. Io non sono un giornalista, cerco solo di essere naturale, approfittando del rapporto che ho con loro, e riesco a tirargli fuori qualcosa di divertente. La mia unica bravura è solo quella di mettere gli interlocutori a proprio agio. E visto che sono amici, spesso la cosa riesce».

Le più divertenti interviste che ha fatto?

«Sicuramente quelle a Totti e Vieri. Sono due burloni. Naturali, divertenti».

Francesco è un comico.

«Ha la battuta pronta, ma non solo davanti alle telecamere. Sempre».

Da Totti alla Roma. Partiamo dai ricordi?

«Sì, lo scudetto perso. Che gioia sarebbe stata, per me e per la gente. Sono stato bene in quei mesi romani, quel mancato trionfo è l’unico rimpianto della mia carriera».

E adesso la Roma è di nuovo competitiva.

«Mi fa piacere, è bello rivederla nelle prime posizioni».

Con un allenatore bravo, no?

«Gasperini ha fatto molto bene all’Atalanta, quando è arrivato c’era una grande attesa, un po’ di timore, visto che Roma, rispetto a Bergamo, è un’altra cosa. Ha portato entusiasmo e i risultati stanno arrivando, tutto sommato».

A Roma, si sostiene, sia più difficile vincere. La pensa allo stesso modo?

«Più che altro lì si vive con più pressioni addosso, la città parla di calcio tutto il giorno, c’è enorme trasporto e si finisce per perdere l’equilibrio. Quando le cose vanno bene, ti esaltano forse più del normale e si vola sull’entusiasmo; viceversa, se i risultati non arrivano, ci si deprime troppo. E’ una questione di passionalità, a Roma c’è tanto amore per la squadra. A Milano e Torino sono meno focosi».

I tifosi rompono le scatole, insomma?

«No, non è questo. A Roma si parla di calcio in giro, nei taxi, nelle radio. A volte è una carica, ma non tutti i giocatori reagiscono bene alle critiche».

La Roma è in grado di reggere e restare ai piani alti della Serie A?

«Forse serve qualche giocatore in più, le manca un centravanti da venti gol. Ma a quanto noto, è il problema di quasi tutte le squadre. Se non hai un bomber, c’è bisogno di una squadra capace di tenere alto il livello dei gol».

Spesso la Roma è costretta a schierare un falso nove.

«No, ma forse sono di parte: a me non piace. Parlando con Guardiola mi diceva che al Barça lo schierava perché aveva Messi, ora ha Haaland, quindi… Il centravanti serve, ti risolve i problemi nei momenti di difficoltà, quando a volte hai bisogno di buttare avanti un pallone. Io preferisco uno che lì davanti sappia battagliare, insomma, non mi piace una squadra senza centravanti».

Nemmeno se ci giocasse Dybala?

«Lui è un grande calciatore e magari ha la giocata risolutiva a prescindere. Ma certe volte c’è bisogno di uno che li davanti lotti, metta il fisico, prenda botte. Se hai il pallino del gioco, avere un nove è utile».

Le piace Dovbyk?

«A De Rossi piaceva, a me pure. E’ un centravanti con fisico, poi, si sa, se non segni è un problema. Del resto, la maglia della Roma pesa, all’estero i giocatori hanno molte meno pressioni, bisogna che un calciatore si abitui».

Lei come ha fatto a resistere a Roma, a farsi largo in mezzo a Totti?

«Io in Italia ho fatto tutte le categorie e mi sono imposto a suon di gol, quando stavo con i campioni sapevo aspettare, confidando nei miei mezzi. Il centravanti è il ruolo più bello del mondo: non la strusci per 80 minuti, poi ti arriva la palla buona e sei decisivo. Non bisogna buttarsi giù, ma saper aspettare e accettare le critiche. Basta poco, e diventano applausi».

Zirkzee è l’uomo giusto come lo fu lei in quel gennaio del 2010?

«E’ un bel centravanti, a Bologna ha segnato tredici reti, ma in una big devi arrivare a venti. Lui è un bel calciatore, non conta quello che ha fatto allo United, ma Roma è diversa da da Bologna. A me ‘sti centravanti che giocano bene per la squadra, convincono poco. Contano i gol»

E Ferguson?

«E’ una scommessa. Un conto è giocare in Inghilterra, un altro è qui da noi. Al di là dell’aspetto tecnico, certi calciatori non sopportano le pressioni. Non hanno equilibrio».

La squadra che può vincere il campionato è?

«L’Inter. E’ la più attrezzata».

E le altre?

«Il Napoli lo devi vedere come si muove sul doppio impegno. Comunque, Inter poi Napoli sono avanti a tutte. Gasp è al primo anno, e la Roma è in costruzione, ma deve essere pronta ad approfittarne in caso di calo di chi le sta davanti. Non sempre vince la più forte».

Tutto questo equilibrio cosa ci racconta? Che il nostro è un campionato modesto?

«No, è un bel torneo, e anche difficile. Mi piacerebbe che tornassero campioni all’apice, non a fine carriera. La Serie A ha meno soldi di altri campionati, però resta competitiva».

Da noi i campioni arrivano a quarant’anni.

«Non siamo stati bravi a modernizzarci, ci sono meno soldi e mancano gli stadi. Nel 2008 il Bayern, quando sono andato io, aveva già il suo impianto. Noi vendiamo con più difficoltà i diritti tv, l’Italia resta forte per il blasone delle squadre e non per i giocatori. La Premier ha potenziali maggiori, li un club di media classifica incassa più di una nostra big».

Mancano le strutture, insomma.

«Non ci sono per i ragazzi. Mio figlio ha cominciato a giocare a calcio e noto che non ha spazi dove andare. Poi è vero che ci sono tanti stranieri da noi e impediscono la crescita dei giovani, ma a volte loro sono più preparati rispetto ai nostri, perché nei loro paesi quando giocano con più facilità quando sono bambini. Noi non abbiamo proprio i campi di calcio per andare a giocare liberamente. “Andiamo a fare due tiri”, in Italia è difficile. Per noi era diverso».

Giocare a calcio, oggi costa tanto?

«Costa più il tennis. Noi giocavamo dappertutto, servono le infrastrutture. Ci sono tanti bambini e pochi spazi. I ragazzi vanno convinti, invogliati, altrimenti si chiudono nei loro telefoni. Un mio amico, maestro di tennis, mi dice che ha la fila di bambini, il calcio fatica sotto questo aspetto».

Il calcio non ha un Sinner?

«A livello mondiale, noi abbiamo solo Donnarumma. Manca quel centravanti che fa innamorare tutti. Chi fa gol ha più appeal di un difensore. I bambini si identificano in Baggio, Totti, Del Piero».

La Nazionale, Gattuso: come li vede?

«La scelta di Rino è per riportare entusiasmo. La gente non la guardava più l’Italia, una volta c’era più attenzione, non si vedeva l’ora di vedere gli azzurri. Nell’ultima occasione hanno seguito più Sinner che la Nazionale».

Il sorteggio di Washington ci dà una spinta in più per non mancare al Mondiale?

«Non siamo più deboli di Irlanda e magari del Galles o Bosnia, bisogna andarci per forza».

L’Italia ha tanti problemi, non quello del i bomber. E’ d’accordo?

«Ci vuole continuità nei centravanti, abbiamo buoni giocatori. Non abbiamo un centravanti fisso da troppe partite. Kean mi piace, Pio ha margini ma è giovane, Retegui è forte ma in Arabia è come essere andati in vacanza. Se mi chiedi chi è il centravanti? Ancora non lo so. Non c’è una figura rappresentativa, uno fisso. Una volta c’erano Vieri, poi Totti, poi Toni. Sapevi chi fosse il nove, ora no».

Spalletti è stato un fallimento o di più non si poteva fare?

«E ottimo allenatore, con l’Italia non ha fatto bene, non so cosa sia successo. Credo che se cambi allenatore e i risultati sono gli stessi non è colpa dell’allenatore»

Su chi punterebbe per l’Italia?

«Tonali. Giocatore internazionale, è abituato a grandi confronti, si fa rispettare in campo. Spero solo nell’esplosione definitiva di un bomber e di arrivare agli spareggi in grandi condizioni».

E Barella?

«Bel giocatore, ma ha bisogno di uno vicino che sappia trascinare. In un centrocampo forte, altrimenti fatica. Non è una guida, pur essendo un calciatore dotato tecnicamente. Tonali è più leader. Barella funziona meglio nell’Inter».

Secco: si va al Mondiale americano?

«Per forza».

Due parole sulla crisi della Fiorentina.

«Lì sono diventato un calciatore a livello internazionale, ho avuto la possibilità di andare a Monaco. Ho vissuto tre stagioni fantastiche, mi dispiace vedere la Viola così in difficoltà. Per uscire da quelle situazioni servono calciatori in grado di lasciarsi alle spalle tutte le paura. Firenze non è facile, li la pressione si sente tanto. Capisco i tifosi, trovo anche giusto contestare, ma ora più che mai serve la mano di tutti. C’è bisogno di una vittoria in questo momento, per ripartire. L’Europa ormai è lontana, ma il quart’ultimo posto no»

Chi è il suo erede?

«Pio Esposito. Sì, un po’ mi somiglia».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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2026-09-03 10:26:24

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