Uccisa a coltellate, il racconto straziante dei figli: «Papà era violento, mai denunciato»

«Ho iniziato a lavorare a 14 anni, ho comprato io i libri a mio fratello. Albano (non lo chiama papà, ndr), non voleva che studiassi troppo. Dovevo fare le faccende in casa, dovevo portare i miei fratelli fuori. Era violento con mia madre, io non gli parlavo da due anni». Silenzio in aula, nella bunker di Borgo San Nicola, ieri mattina. Mentre dalla voce fiera di Caterina, figlia della vittima ma anche dell’imputato per omicidio, inevitabilmente rotta da un enorme fardello di sentimenti, fluiva il racconto, scandito dalle domande del pm Luigi Mastroniani e dalle richieste di chiarimento della Corte d’Assise (presidente Pietro Baffa, a latere il giudice Luca Scuzzarella e i giudici popolari). E poi anche dagli interrogativi posti dagli avvocati.
È stata una udienza cruciale, quella di ieri, del processo in cui è imputato Albano Galati, 57enne di Taurisano che risponde del femminicidio della moglie, Aneta Danielczyk, detta Stefy, 50 anni, colpita a coltellate nella sua abitazione. Cruciale perché sono state acquisite le testimonianze di tre dei quattro figli della coppia, tutti costituiti parte civile con gli avvocati Francesca Conte e Roberto Bray, e quella della vicina di casa che pure figura tra le vittime per aver riportato lesioni. La donna fu trovata senza vita proprio nel suo appartamento. E lei, amica a cui aveva chiesto aiuto e confidato anche le proprie sofferenze, era rimasta ferita da un fendente all’ascella sinistra. Insomma, ascoltati gli operatori sanitari che hanno tentato di strappare alla morte la povera Stefy, ha parlato Noe, l’unico che viveva con il padre che, a quanto riferito, aveva deciso di andare via da casa e aveva preso un’abitazione in affitto. Ma aveva le chiavi dell’appartamento in cui abitava la moglie: «Quel giorno mi ha chiamato mio fratello Ivan, mi ha detto che papà aveva accoltellato la mamma» ha detto. Provati, tutti e tre, e del resto non potrebbe non essere così. A seguire Ivan, che invece viveva con la madre, pur facendo un lavoro che lo porta a stare per lunghi periodi lontano da casa: «Mamma era sempre quella che subiva. Io cercavo di difenderla. Una volta ha fatto uscire il sangue dal naso a mia sorella perché si era fidanzata. Non ha mai denunciato». A quanto è emerso dalle narrazioni, i motivi di litigio erano vari: il denaro, la gelosia ossessiva che si manifestava con il sospetto che ci fossero altri uomini.
Rilevante, per tratteggiare il contesto, anche la testimonianza di una psicologa intervenuta nell’immediatezza dei fatti per il sostegno ai ragazzi: «Il piccolo (minore che si è ritenuto di non ascoltare, ndr) era pervaso dal senso di colpa. Quel giorno aveva le cuffie, stava giocando al pc. Ci ha detto che spesso non voleva andare a scuola perché temeva potesse accadere qualcosa alla madre». Il consulente informatico forense, Silverio Greco, ha parlato dei messaggi estrapolati dal telefonino. Da cui si desume che ci fossero screzi anche per il quantitativo di tempo trascorso online.
I fatti, come noto, risalgono al 16 marzo del 2024.
Galati è ristretto nel carcere di Matera e ha più volte chiesto di essere trasferito in un istituto più vicino. Nell’immediatezza dei fatti fu ascoltato dai carabinieri, che hanno condotto le indagini. Dopo le iniziali ammissioni ebbe un malore e disse di non ricordare nulla di quanto era accaduto. Dalle ricostruzioni degli investigatori, sarebbe entrato in casa, in un appartamento delle palazzine popolari di via Corvaglia, e avrebbe aggredito la moglie fino a ucciderla sull’uscio di casa della vicina che aveva tentato di difenderla. E che, anche lei, rimase ferita a un braccio.
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