Lecce, slitta il voto per la Provincia. Il centrodestra all’assalto: già pronto il ricorso al Tar ma il toto-nomi divide

Lecce, slitta il voto per la Provincia. Il centrodestra all’assalto: già pronto il ricorso al Tar ma il toto-nomi divide

Affidato agli avvocati Pietro e Luigi Quinto il compito di contestare il decreto che rinvia le urne al 29 aprile

Lecce, slitta il voto per la Provincia. Il centrodestra all’assalto: già pronto il ricorso al Tar ma il toto-nomi divide
di Paola COLACI
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venerdì 12 dicembre 2025, 05:00 – Ultimo aggiornamento: 11:37

La macchina delle carte bollate si è messa in moto prima ancora che si spegnessero i microfoni della conferenza stampa. Il tempo che Fabio Tarantino, presidente facente funzioni della Provincia, completasse l’iter formale dello slittamento dell’election day al prossimo 29 aprile e lasciasse Palazzo Adorno, ed è partita la controffensiva del centrodestra. Nel primo pomeriggio gli avvocati Pietro e Luigi Quinto avevano già ricevuto il mandato: impugnare il decreto davanti al Tar e chiederne la sospensiva urgente. Da lì, una sequenza serrata di firme, procure, telefonate. Una mobilitazione capillare, con sindaci e consiglieri di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia che nel giro di poche ore hanno ricevuto e sottoscritto i mandati. Obiettivo: bloccare il rinvio, fermare il cambio di data prima che diventi un fatto politico difficilmente reversibile. Perché la data del voto non è più solo un dettaglio burocratico ma una leva di potere.

La decisione

La decisione giunge al termine di un percorso complesso, iniziato formalmente il 22 ottobre scorso, quando le dimissioni del sindaco di Gallipoli Stefano Minerva hanno determinato per legge anche la sua automatica decadenza dalla carica di presidente della Provincia. Da quel momento, le funzioni sono state assunte da Tarantino, vicepresidente in carica, mentre il Consiglio provinciale è rimasto pienamente operativo.
Secondo la norma, l’elezione del nuovo presidente si sarebbe dovuta tenere entro 90 giorni dalla decadenza.

Da qui la scadenza del 19 gennaio 2026 come orizzonte naturale per l’election day. Ed è proprio su questo punto che si sono concentrate, negli ultimi dieci giorni, le pressioni istituzionali.

Le due note del prefetto

La prima nota del prefetto è arrivata martedì scorso. Prima della scadenza del termine per la firma e la pubblicazione del decreto, dunque. Nella nota un richiamo istituzionale ai criteri generali fissati dalla Conferenza Stato-Città, che invitano al rispetto delle tempistiche previste dalla Delrio per garantire la continuità amministrativa. Una comunicazione che non chiudeva del tutto la porta a ulteriori valutazioni, ma ridefiniva con chiarezza la cornice entro cui l’ente avrebbe dovuto muoversi. A distanza di poche ore, il secondo sollecito. Una nota ancora più esplicita, che ha ribadito come il mancato rispetto del termine dei 90 giorni potrebbe configurare una violazione di legge e compromettere la funzionalità di un ente che ha rango costituzionale.

 Alla fine, Tarantino ha scelto la strada più controversa dal punto di vista giuridico ma sostenuta politicamente dalla maggioranza del Consiglio: fissare al 29 aprile 2026 l’elezione del presidente e del nuovo Consiglio, con seggi aperti dalle 8 alle 22. Ora però, mentre il decreto viaggia verso la Prefettura e la pubblicazione ufficiale, lo scenario appare tutt’altro che chiuso.

La guerra dei ricorsi è soltanto il livello visibile di una tensione più profonda. Sotto la superficie ribolle da giorni un’agitazione costante tra le file del centrodestra: una coalizione che certifica compattezza ma dietro le porte chiuse vive un equilibrio instabile, attraversato da diffidenze reciproche e mosse di posizionamento. L’iniziativa del Pd di esplorare una possibile candidatura condivisa ha avuto un effetto detonante: invece di disorientare il centrodestra, ha accelerato la necessità di chiarire gli equilibri interni, facendo emergere linee di frattura già presenti.

Le reazioni politiche

La reazione più dura, più immediata e più rumorosa è arrivata dalla Lega. Pippi Mellone, commissario provinciale, ha scelto la linea dell’attacco diretto: «Per la Provincia di Lecce il centrodestra è pronto a offrire una candidatura autorevole. Siamo compatti, determinati e pronti alla sfida». Poi l’affondo: «La sinistra smetta di inventare soluzioni creative contro la legge. Si vada al voto, punto». E infine l’avvertimento, rivolto più agli alleati che agli avversari: «Se si tenterà di violare la legge con decreti-farsa, ricorreremo subito alla magistratura». Parole che, oltre a respingere il Pd, sono funzionali a una precisa operazione interna: blindare la candidatura di Adriana Poli Bortone e costringere la coalizione a ruotarle attorno. E anche il sindaco di Lecce ha voluto segnare il campo: «Il centrodestra avrà un candidato unitario, questo posso dirlo. Chi sarà non spetta a me dirlo». 
A stretto giro è arrivata la contromossa di Fratelli d’Italia, decisa a non farsi dettare l’agenda. Il coordinatore provinciale, Saverio Congedo, ha diffuso una nota calibrata: «È in corso una riflessione interna, alla luce delle autorevoli disponibilità emerse in segreteria». Tradotto: nessuno ha il diritto di giocare d’anticipo. Poi la stoccata politica: «L’attuale sistema elettorale, frutto di una legge discutibile, consente valutazioni ampie. E lo dimostrano le scelte fatte in passato, anche da chi oggi invoca rigidità assoluta». L’allusione è chiarissima: la candidatura unitaria dell’ex presidente Stefano Minerva nel 2018, sostenuta anche da Mellone. Nel frattempo, FdI muove le sue pedine e continua a vagliare un ventaglio di nomi: Michele Sperti, Silvano Macculi, Antonio Donno, Costantino Giovannico e soprattutto Francesco Bruni, sindaco di Otranto. Una figura istituzionale considerata capace di ricucire, ma anche un modo per ricordare alla coalizione chi è il primo partito. 
A completare il quadro è intervenuta Forza Italia con il consigliere regionale e segretario provinciale Paride Mazzotta che ha scandito la linea degli azzurri: «Il centrodestra è compatto e consapevole della propria responsabilità. Lavoriamo per una candidatura unitaria, all’altezza del ruolo strategico della Provincia». Ma ai forzisti non basta il ritornello sull’unità: puntano ad avere un peso reale nel processo. Ecco perché sul tavolo resta della trattativa resta il nome del sindaco di Copertino, Vincenzo De Giorgi. «Un amministratore serio e radicato. Lo proponiamo con convinzione». Il messaggio è netto: Forza Italia non ha intenzione di accettare candidature calate dall’alto.
Uno scenario ancora magmatico, dunque, nel quale il ricorso al Tar è solo l’inizio: la prima manovra in una partita più ampia che ha per posta la leadership del centrodestra salentino. Mentre all’esterno si insiste sulla parola “unità”, all’interno ogni dichiarazione, ogni nome, ogni mossa legale serve a misurare la forza dei singoli e a posizionarsi per la resa dei conti. Il voto di primavera – o l’election day di fine gennaio, se il Tar dovesse accogliere la richiesta di sospensiva – arriverà ma con una coalizione che, dietro il velo delle dichiarazioni, vive una fase più che delicata. La sensazione è che nulla sia scontato. Anzi. La battaglia su più fronti sembra appena cominciata.

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