Arbitro aggredito, Calvarese: «Episodi che si ripetono ancora. Così nessuno vorrà più dirigere»

Una presa di posizione netta e forte. È quella di Gianpaolo Calvarese, ex arbitro oltre 150 partite in serie A e oggi opinionista tv e social, dopo la recente aggressione al giovane direttore di gara durante una gara under 16.
Un’altra aggressione a un giovane arbitro. Quali reazioni suscita?
«Di grande tristezza, ma allo stesso tempo anche di forte nervosismo. Tristezza perché credo che siamo arrivati davvero al punto più basso sotto questo aspetto: purtroppo questi episodi continuano a ripetersi con una frequenza allarmante, sui campi di tutto il Paese, da Nord a Sud senza differenze. Proprio per questo motivo noi abbiamo scelto di dare risalto sui social a tutto ciò che accade sui campi, per provare a dare un contributo in questo ambito. Anche fossimo, come diceva Madre Teresa di Calcutta, “solo una goccia nell’oceano”, vogliamo essere una goccia sempre più grande, giorno dopo giorno. Vogliamo e dobbiamo coagulare le forze per dare visibilità a fatti gravissimi, che accadono peraltro a quello che potrebbe essere nostro figlio, un ragazzo di 13 anni, o qualsiasi altro ragazzo che non fa altro che provare a praticare attività fisica, come milioni di persone nel mondo».
Le è successo di essere incolpevole protagonista di situazioni simili?
«Purtroppo sì, è successo anche a me all’inizio della carriera.
Da ragazzo, al primo vero impatto con certe dinamiche, ho vissuto anch’io una sorta di rigetto verso il mondo arbitrale. Sono tornato a casa scosso, ne ho parlato in famiglia e poi anche in sezione. Non è stato semplice, perché quando sei giovane certe parole, certi atteggiamenti, certe pressioni ti entrano dentro. Però poi subentra altro: la passione per il calcio, ma soprattutto la forza che nasce dall’ingiustizia. Quella sensazione che ti spinge a non mollare, a non dare vinta la violenza. Così, anche fortificandoti attraverso quelle difficoltà, si va avanti. Ed è proprio questo che oggi mi fa capire ancora di più quanto sia delicato ciò che vivono i ragazzi».
Cosa genera un’azione violenta del genere?
«Un’azione del genere, una violenza del genere, provoca conseguenze devastanti, soprattutto in un ragazzo di appena 15 anni. Parliamo di effetti che vanno ben oltre il danno fisico, parliamo di ferite reali e anche psicologiche. Oggi i giovani sono molto più esposti dal punto di vista mediatico rispetto al recente passato. E la violenza ha i suoi effetti anche in questo. Basta guardare i profili social di ragazzi anche giovanissimi che vogliono fare gli arbitri: spesso evitano perfino di pubblicare post relativi alle loro partite, si limitano alle stories, per il timore costante di essere giudicati sulla base delle immagini che postano. Immaginiamo allora quale potenza distruttiva possa avere, anche a livello mediatico, un episodio di violenza come questo. È una violenza non solo fisica, ma anche mentale, è un qualcosa di profondo, che può segnare un giovane in modo indelebile».
Davanti a questi episodi si rischia che sempre meno giovani si avvicinino alla carriera arbitrale?
«È ormai un dato scritto ed evidente, basta guardare i numeri, le statistiche: stiamo perdendo tantissimi ragazzi proprio per questo motivo, per la violenza perpetrata sui campi. E sempre meno giovani si avvicinano al ruolo di arbitro. Me lo scrivono direttamente, in tanti, sui miei social: “La domenica io ho paura di andare ad arbitrare”. I numeri sono in forte calo, e non solo tra gli arbitri che si iscrivono ai corsi, ma nel calcio in generale. Il calcio è da sempre lo sport più facile e immediato da praticare: finché ci sarà un pallone che rotola, ci sarà un ragazzo che correrà dietro a quel pallone. Ma con tutto quello che sta accadendo, facciamo del male non solo agli arbitri, bensì al calcio stesso. E ricordiamoci sempre un aspetto fondamentale: senza arbitri non si può giocare».
Come si può tutelare un arbitro, soprattutto se giovane, quando entra in campo?
«C’è solo un modo per tutelare davvero gli arbitri: introdurre e successivamente applicare le sanzioni. Da poco è stata introdotta una legge che riconosce gli arbitri come pubblici ufficiali e che ha fortunatamente inasprito le pene. Io penso che quello legislativo e giudiziario sia l’unico strumento realmente efficace per provare a debellare quello che è diventato un vero e proprio cancro della società. Un cancro che non riguarda solo il calcio, non riguarda soltanto gli arbitri, ma riguarda tutti, davvero. Mi auguro davvero che queste norme vengano applicate sempre con fermezza, senza sconti, perché solo così si può lanciare un messaggio chiaro a chiunque: la violenza, in ogni sua forma, non è mai tollerabile».
Che tipo di percorsi andrebbero avviati per educare al rispetto e con quali attori?
«Credo al solito tutto debba partire da noi adulti: dalla responsabilità dei genitori e dalla scuola. I formatori sono quelli che conosciamo tutti, ma purtroppo il problema nasce spesso proprio lì. Io vado di frequente a vedere i giovani arbitri sui campi e devo dire che c’è un elemento che noto e che in particolare mi fa riflettere: spesso il rispetto in campo è superiore di quello che c’è fuori, sugli spalti e tutt’attorno alla partia. Questo perché molti genitori pensano che i figli siano campioni del mondo già a 12 o 13 anni, e arrivano a pronunciare offese inaudite contro gli arbitri e contro gli avversari. Ritengo manchi realmente una vera cultura sportiva e questo, mi dispiace dirlo, oggi si ripercuote a 360 gradi sul calcio. Siamo arrivati a un punto molto basso».
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